L’ordinanza di demolizione delle opere edilizie abusive non incontra limiti di tempo

22 Ago 2012
22 agosto 2012

La sentenza del TAR Veneto n. 1114 del 2012 si occupa dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive (per totale difformità rispetto a una licenza edilizia del 1968).

Per comodità di lettura, dividiamo in due post gli argomenti trattati dalla sentenza.

Va premesso che il comune era a conoscenza degli abusi gikà dal 1971, dato che all'epoca aveva  negato il rilascio del certificato di agibilità propio per questo motivo.

Circa il lungo tempo trascorso, scrive il TAR: "Con il primo motivo il ricorrente sostiene che l’Amministrazione fosse al corrente, già dalla data del diniego di rilascio del certificato di agibilità (avvenuto nel 1971), dell’esistenza degli abusi contestati. Detto comportamento del Comune,
protratto per un così considerevole lasso di tempo, avrebbe ingenerato un affidamento con riferimento alle irregolarità comunque esistenti.
L’eccezione è infondata.
Costituisce principio oramai consolidato in Giurisprudenza in base al quale la repressione degli abusi edilizi non incontra limiti di tempo e, ciò, costituendo l’esercizio di un atto dovuto, in quanto tale, diretto a ripristinare la situazione antecedente alla violazione (per tutti si veda Consiglio di Stato n. 2010/3955). Analogamente a ciò, l’ordine di demolizione costituisce un atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione tra lo stesso interesse pubblico e gli interessi privato, essendo comunque obbligata l’Amministrazione a ricondurre la situazione di diritto a quella di fatto".

Segnaliamo che questa sentenza risulta incoerente con quanto affermato dalla sentenza dello stesso TAR n. 1044 del 2012, pubblicata il 1 agosto 2012 sul vecchio sito di venetoius.

sentenza TAR Veneto 1114 del 2012

Piano economico del PEEP: tra i costi di acquisizione delle aree vanno conteggiate le opere di urbanizzazione

22 Ago 2012
22 agosto 2012

La sentenza del TAR Veneto n. 110 del 2012 si occupa del piano economico del PEEP.

La ricorrente (assegnataria di volumetrie all'interno del piano) sosteneva che l’art. 35 co.12 L. 865/71 imporrebbe all’Amministrazione di non conteggiare, tra i costi di acquisizione delle aree, le opere di urbanizzazione.

Il TAR respinge il ricorso con questa motivazione: "In primo luogo va rilevato come i costi relativi all’acquisizione delle aree fossero stati espressamente previsti in un’apposita convenzione (approvata con una delibera del Consiglio Comunale) nella quale era stato previsto che….. "sarà soggetto a conguaglio anche provvisorio ai sensi dell'art. 35, comma 12, della L.n. 865/1971, nella misura pari ai costi di acquisizione delle aree del nucleo..”. Analoga previsione era contenuta nei bandi di assegnazione, nelle convenzioni sottoscritte con le cooperative assegnatarie e, ancora, nelle successive delibere di assegnazione delle aree.
1.1 Detta previsione è peraltro conforme agli orientamenti costantemente seguiti dalla Giurisprudenza in materia di interpretazione dell’art.35 nella parte in cui ritiene che, detta norma, abbia introdotto un generale principio teso al raggiungimento di un perfetto “pareggio economico” tra somme spese per l’acquisizione delle aree (e più in generale di tutte le spese sostenute per I'acquisto delle aree) e, nel contempo, il rimborso dovuto dagli assegnatari delle stesse aree (Consiglio di Stato n. 577/2005).
Come riconosciuto dalla stessa ricorrente, l'art.35 prevede espressamente che i corrispettivi inerenti l'acquisizione delle aree devono assicurare l'integrale copertura delle spese sostenute per l'acquisizione di tutte le aree ricadenti nel piano Peep e, ciò, nella parte in cui prevede che "la convenzione stipulata dal Comune per concedere il diritto di superficie sulle aree incluse nel P.E.E.P. deve prevedere il corrispettivo della concessione
in misura pari al costo di acquisizione delle aree, nonché al costo delle relative opere di urbanizzazione realizzate o da realizzare, allo scopo evidentemente di assicurare la copertura delle spese complessivamente sostenute o da sostenere da parte dell'Amministrazione".
1.2 Nell’interpretazione di detta norma deve convenirsi, da parte di questo Collegio, con quanto affermato da una recentissima pronuncia del Consiglio di Stato (Sez. IV, 17 maggio 2012, n. 2853) che, in un caso analogo a quello di cui si controverte, ha interpretato l'art. 35 legge n. 865/1971 ritenendo come esso disponga che: "la convenzione stipulata dal Comune per concedere il diritto di superficie sulle aree incluse nel P.E.E.P. deve prevedere il corrispettivo della concessione in misura pari al costo di acquisizione delle aree, nonché al costo delle relative opere di urbanizzazione realizzate o da realizzare, allo scopo evidentemente di assicurare la copertura delle spese complessivamente sostenute o da sostenere da parte dell'Amministrazione". A parere del Consiglio di Stato siamo in presenza di una norma inderogabile che va ad integrare, ex art. 1339 c.c. (inserzione automatica di clausole e di prezzi imposti per legge), la disciplina dettata dalle singole convenzioni stipulate dal Comune con i beneficiari.
Il testo normativo evidenzia, così, il diritto del Comune di recuperare quanto speso sia per l'acquisizione delle aree sia, ancora, per la loro urbanizzazione. Ne consegue che, alla luce della Giurisprudenza sopra citata, l’Amministrazione ha il preciso diritto di ottenere il reintegro di tutte le spese sostenute e in quanto relative a tutte le aree cedute.
1.3 Analogo principio di pareggio viene ritenuto applicabile anche per quanto concerne gli oneri di urbanizzazione (per tutti si veda TA.R. Lazio Roma Sez. II, 23 luglio 2009, n. 7500), oneri che peraltro e nel caso di specie, sono stati direttamente realizzati dalle cooperative assegnatarie.
Va inoltre rilevato come la Convenzione approvata dal Comune, diretta all’esecuzione delle opere di urbanizzazione e sottoscritta tra le cooperative e le imprese costituite in ATI, riporti nelle premesse che, "…..le opere di urbanizzazione
sono a totale carico delle ditte assegnatarie Peep che, con specifico atto avevano costituito apposito raggruppamento temporaneo d'impresa con mandato alla Soc. coop, a r.l. CEC per tutti rapporti con il Comune e con I'impresa che sarà designata dal raggruppamento stesso ad eseguire i lavori".
Si consideri ancora come nell'art. 2 ("Descrizione dell'opera") della stessa Convenzione ha previsto come dette opere di urbanizzazione consistano, tra l'altro, nella realizzazione “...di verde sistemato a parco (comprese alberature di alto fusto) e zone lastricate”.
1.4 E’ allora del tutto evidente come la copertura integrale di detti oneri, non solo abbia un fondamento nelle norme sopra ricordate, ma trovi la propria fonte in un espresso negozio giuridico sottoscritto e vincolante tra le parti. Dall’esame dello stesso si evince come vi fosse, all’atto della sottoscrizione, la conoscenza, in quanto riferita a tutte le parti in causa e per quanto concerne l’ambito e l’incidenza delle opere e, quindi, anche degli oneri che di conseguenza sarebbero gravati sulle singole cooperative".

sentenza TAR Veneto 1110 del 2012

Non basta chiamarsi Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente per essere legittimato a impugnare l’autorizzazione per un impianto di biogas

21 Ago 2012
21 agosto 2012

La sentenza del TAR veneto n. 1113 del 2012 si occupa dell'autorizzazione regionale per gli impianti di biogas di origine agricola.

La sentenza ribadisce che i comitati occasionali non sono legittimati ad agire in materia ambientale, mentre riconosce in via generale la legittimazione dei confinanti: "In primo luogo va dichiarata la carenza di legittimazione a ricorrere nei confronti del Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente. L’esame dello Statuto di detto Comitato evidenzia come il fine prioritario ed esclusivo dello stesso debba essere individuato nel …”promuovere e sostenere tutte le iniziative finalizzate ad evitare la realizzazione dell’impianto a biogas nella nostra zona”…. L’ambito di incidenza dell’attività del Comitato sopra citato è inoltre circoscritta, sempre dallo Statuto all’”’ambito territoriale del Comune di Piombino”. Ne consegue come sia del tutto evidente l’insussistenza, nei confronti di detto Comitato, di quei requisiti di “non occasionalità” nella tutela ambientale ritenuti indispensabili, sulla base di un orientamento prevalente, ai fini di fondare la legittimazione ad agire del ricorso. L’esame degli atti citati dimostra come l’attività di detto Comitato si esaurisce, essendone assolutamente circoscritta, nel perseguimento di un unico scopo, vale a dire nell’opposizione alla realizzazione dell’impianto di cui si tratta, senza avere a riferimento la tutela dei valori ambientali nella loro più generale accezione come richiesto dalla Giurisprudenza prevalente (Consiglio di Stato sez. VI n. 3107 del 23/05/2011).
Sulla base di quanto sopra deve pertanto dichiararsi, per quanto concerne il Comitato per la Salvaguardia dell'Ambiente, l’inammissibilità del ricorso, per
mancanza di legittimazione attiva, ai sensi di quanto previsto dall’art. 35 comma 1 lett. b) del Codice del processo Amministrativo.
Deve al contrario ritenersi esistente la legittimazione ad agire, unitamente all’interesse a ricorrere, nei confronti dei rimanenti ricorrenti, in quanto tutti proprietari confinanti con l’area in cui incide l’impianto di cui si tratta e, quindi, potenziali soggetti idonei ad essere lesi dalla realizzazione di detta opera".

sentenza TAR Veneto 1113 del 2012

Impianti di biogas agricoli: per il rapporto di connessione tra la produzione dell’energia elettrica e la coltivazione e l’allevamento basta l’attestazione SIRA

21 Ago 2012
21 agosto 2012

La sentenza citata nel post di cui sopra esamina anche la questione indicata nel titolo del presente post.

Scrive il TAR: "E’ certamente infondato il primo motivo con il quale i ricorrenti deducono la violazione dell’art.44 della L. reg. 11/2004 nella parte in cui, si afferma, l’inesistenza - e per quanto riguarda i contro interessati- dell’indispensabile rapporto di connessione tra l’attività di produzione dell’energia elettrica e l’attività di coltivazione e allevamento, connessione che sarebbe stata illegittimamente attestata dal provvedimento del 12/08/2010, emanato dal Servizio Ispettorato Regionale per l’Agricoltura di Padova (c.d. SIRA). Il ricorrente ritiene che sussista la violazione della Delibera di Giunta Regionale n. 3178/2004 lett.d) punto 3 secondo cui l’attività di produzione di energia, generata dal trattamento di biomasse e reflui zootecnici, è considerata “agricola” (e attività connessa alla coltivazione del fondo) qualora abbia ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente (con una percentuale maggiore del 50%) dalla coltivazione del fondo stesso. Per il ricorrente il soggetto controinteressato non raggiungerebbe la disponibilità della superficie minima richiesta e, ciò, renderebbe illegittime l’approvazione del Piano aziendale e l’autorizzazione unica regionale.
Sul punto va al contrario rilevato come il SIRA, non solo ha approvato il piano aziendale presentato dai ricorrente, ma ha affermato proprio l’esistenza di detto rapporto di connessione e, ciò, in considerazione delle produzioni vegetali aziendali ottenibili e dei reflui zootecnici generati dall’allevamento aziendale di
bovini da carne, rilevando come l’efficacia dei requisiti riconducibili debba essere considerata esistente, non necessariamente al momento iniziale di presentazione della documentazione richiesta, bensì anche in un momento successivo e, comunque, “al momento dell’efficacia dell’impianto”. Deve pertanto essere rigettata l’eccezione di parte ricorrente a ciò ostando sia la considerazione sopra citata sia, ancora, il rilievo circa l’esattezza dei computi posti in essere dal SIRA, sufficienti da soli a raggiungere il requisito minimo di superficie necessari a poter fronteggiare la produzione di energia".

Il piano degli interventi in contrasto con un precedente piano attuativo non è illegittimo per ecceso di potere

21 Ago 2012
21 agosto 2012

La sentenza del TAR Veneto n. 1112 del 2012 esamina varie questioni relative al Piano degli Interventi di cui alla legge regionale veneta n. 11 del 2004.

Il ricorrente affermava l’illegittimità del Piano di Intervento in quanto esso, determinando la caducazione del Piano di attuazione preesistente, avrebbe determinato un pregiudizio correlato alle minori volumetrie realizzabili (l’illegittimità sarebbe stata da ricondurre all’eccesso di potere). Ricordiamo che l’art.18 co. 9 della L.R. 11/2001 stabilisce che:”l’approvazione del PI comporta la decadenza dei piani urbanistici attuativi (Pua) vigenti limitatamente alle parti con esso incompatibili”.

Il TAR respinge la censura, precisando che: "In realtà il superamento del piano attuativo non può determinare l’automatica insorgenza di un affidamento alle originarie prescrizioni in quanto ritenute “preferibili” dal ricorrente".

Aggiunge il TAR: "La mancata sottoscrizione della Convenzione sopra ricordata, non solo costituisce la controprova dell’inesistenza di alcuna forma di affidamento sulle prescrizioni originarie (l’affidamento è incompatibile con un comportamento “inerte” – e quindi colposo - dello stesso privato), ma nel contempo costituisce un’ulteriore conferma dell’inesistenza di limiti di sorta, da parte del Comune, nel modificare lo strumento attuativo. Per un costante orientamento Giurisprudenziale rientra nella facoltà del Comune l’esercizio del potere di modificare l’assetto territoriale configurato dal Piano di attuazione, in relazione a nuove e sopravvenute esigenze. Nei confronti dell’Amministrazione sussiste l’obbligo di specificare le ragioni di pubblico interesse, che hanno portato a modificare le valutazioni urbanistiche, solo in presenza di un’espressa e precedente lottizzazione delle aree, ipotesi quest’ultima non realizzata nella fattispecie in esame ( in questo senso TAR Campania, Napoli, sez. IV n. 2156 del 25/04/2011).
E’ infatti utile ricordare che i provvedimenti comunali di pianificazione urbanistica hanno natura discrezionale e possono, in sede di variante, incidere su precedenti, difformi, destinazioni di zona, comportare modifiche radicali al piano vigente e rettificare direttive urbanistiche pregresse al fine di realizzare un processo di adeguamento e modernizzazione delle strutture al servizio del territorio ( Consiglio Stato, IV, 25 novembre 2003, n. 7782 ).
In sede di pianificazione generale o di variante generale, e salvi i casi individuati dalla giurisprudenza in cui sono riscontrabili posizioni di aspettativa qualificata da particolari situazioni verificatesi in sede amministrativa o giurisdizionale, il Comune ha in definitiva la facoltà ampiamente discrezionale di modificare le precedenti previsioni e non è tenuto a dettare una motivazione specifica per le singole zone o aree a destinazione innovata (Consiglio Stato, IV, 13 maggio 1992, n. 511 ).
Il motivo è pertanto infondato".

sentenza TAR veneto 1112 del 2012

Piani attuativi: l’arresto procedimentale proveniente dal dirigente è viziato da incompetenza?

20 Ago 2012
20 agosto 2012

La sentenza del TAR Veneto n. 1116 del 2012 tratta alcune questioni in materia di piani attuativi.

Nel caso in esame, il Dirigente del comune aveva inviato al presentatore del piano una comunicazione dalla quale si evicenva che il comune non avrebbe approvato il piano attuativo per la mancanza della titolarità delle aree: la comunicazione costituisce senza dubbio un arresto procedimentale ed è stata impugnata per l'incompetenza del dirigente, in quanto l’art. 20 comma 1 della L. 23/04/2004 n.11 attribuisce alla competenza della Giunta il potere di approvare i piani attuativi.

In passato ga giurisprudenza aveva più volte affermato che la competenza a negare un piano attuativo spetta allo stesso organo che sarebbe competente ad approvarlo.

La sentenza in esame, però, dei fatto afferma il contrario, dato che un arresto procedimentale è pur sempre un diniego: "

Sul punto va rilevato come la comunicazione impugnata, pur rilevando la presenza di elementi ostativi all’approvazione del PUA – e pur costituendo un arresto procedimentale -, deve considerarsi una mera comunicazione interlocutoria tra le parti, assunta in risposta ad una precedente nota inviata dai legali della ricorrente.

Nel provvedimento impugnato il Dirigente responsabile si limita a verificare l’assenza dei requisiti previsti per l’approvazione dello stesso PUA e, ciò, nella parte in cui rileva che l’art. 4 comma 2 delle NTA del PRG/PI precisa che i …."PUA sono riferiti all’intero ambito territoriale previsto dal Prg". L’Amministrazione si è limitata a constatare come il ricorrente fosse di fatto privo della titolarità di tutte le aree, così come richiesto dal connaturato disposto dell’art. 20 comma 6 L. Reg. 11/2004 e dell’art. 40 delle NTA del Piano di Intervento. Siamo quindi in presenza di un atto diretto ad evidenziare ai ricorrenti la mancanza di un presupposto per l’approvazione del PUA che, tuttavia, si ferma ad un momento propedeutico e precedente alla fase di manifestazione di volontà della Giunta. La comunicazione circa la mancanza dei requisiti deve essere allora collocata nell’ambito della fase istruttoria, essendo – com’è-, diretta a sollecitare l’impresa destinataria a "colmare" le irregolarità riscontrate, ad ottenere la documentazione richiesta e, quindi, a determinare una legittima approvazione del Piano.

Convertito in legge il decreto “taglia Italia” (alias spending review)

20 Ago 2012
20 agosto 2012

Il decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, è stato convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, pubblicata sulla G.U. n. 189 del 14/08/2012, entrata in vigore il 15 agosto.

Si può accedere al testo coordinato pubblicato sul sito "normattiva" (si veda il link sulla barra di destra), digitando prima "ricerca" e poi  95 sul numero e 2012 sull'anno.

Nelle aree che il PAT qualifica come “tessuto urbano consolidato” può essere chiesto il PUA?

20 Ago 2012
20 agosto 2012

La stessa sentenza del TAR Veneto n. 1116 del 2012, esaminata nel post precedente, tratta anche della questione indicata nel titolo, affermando che la qualificazione di un'area come "tessuto urbano consolidato" non esclude automaticamente la necessità di un piano attuativo.

Scrive il TAR: "E’ altrettanto infondato il terzo (e ultimo motivo) con il quale il ricorrente rileva come le aree in questione, in quanto inserite nel Pat - quali aree a “tessuto urbano consolidato” -, sarebbero edificabili poiché già dotate delle principali opere di urbanizzazione, circostanza quest’ultima che renderebbe di fatto non necessario l’emanazione del piano attuativo.
Il rilievo presuppone l’applicabilità dell’art.18 bis delle L. reg. 11/2004 nella parte in cui rende ammissibili ..” anche in assenza di piani attuativi…gli interventi sul patrimonio edilizio esistente di cui alle lettere a) b) c) e d) dell’art. 3 Dpr 380/2001”.
E’ del tutto evidente che detta norma debba essere interpretata non in modo “assolutistico”, e nel senso di considerare ammissibili - sempre e comunque -, interventi nelle aree già urbanizzate. Essa implica l’esercizio di una potestà “valutativa” da parte dell’Amministrazione, diretta considerare l’”entità dell’intervento” e a verificare se, con riferimento a quest’ultimo, le opere di urbanizzazione siano sufficienti a garantire tutte esigenze della comunità locale.
Sul punto va rilevato come la parte ricorrente non abbia fornito alcuna prova o elemento di riscontro e, ciò, pur considerando come l’intervento richiesto sia relativo ad un intero edificio ed a un’unica strada di accesso. L’art. 18 bis citato, laddove rende ammissibili gli interventi in aree già urbanizzate, deve pertanto
essere applicato dall’Amministrazione “volta per volta”, presupponendo comunque una valutazione e un’adeguata istruttoria, volta a verificare effettiva l’idoneità degli impianti e delle opere di urbanizzazione esistenti agli interventi da realizzare".

Piani attuativi: il dirigente può negarne l’approvazione?

20 Ago 2012
20 agosto 2012

La sentenza del TAR Veneto n. 1116 del 2012 tratta alcune questioni in materia di piani attuativi.

Nel caso in esame, il Dirigente del comune aveva inviato al presentatore del piano una comunicazione dalla quale si evinceva che il comune non avrebbe approvato il piano attuativo per la mancanza della titolarità delle aree: la comunicazione costituisce senza dubbio un arresto procedimentale ed è stata impugnata per l'incompetenza del dirigente, in quanto l’art. 20 comma 1 della L. 23/04/2004 n.11 attribuisce alla competenza della Giunta il potere di approvare i piani attuativi.

In passato la giurisprudenza aveva più volte affermato che la competenza a negare un piano attuativo spetta allo stesso organo che sarebbe competente ad approvarlo.

La sentenza in esame, però, di fatto afferma il contrario,  ritenendo che un arresto procedimentale di tipo istruttorio spetti alla competenza del dirigente: "Sul punto va rilevato come la comunicazione impugnata, pur rilevando la presenza di elementi ostativi all’approvazione del PUA – e pur costituendo un arresto procedimentale -, deve considerarsi una mera comunicazione interlocutoria tra le parti, assunta in risposta ad una precedente nota inviata dai legali della ricorrente.

Nel provvedimento impugnato il Dirigente responsabile si limita a verificare l’assenza dei requisiti previsti per l’approvazione dello stesso PUA e, ciò, nella parte in cui rileva che l’art. 4 comma 2 delle NTA del PRG/PI precisa che i …."PUA sono riferiti all’intero ambito territoriale previsto dal Prg". L’Amministrazione si è limitata a constatare come il ricorrente fosse di fatto privo della titolarità di tutte le aree, così come richiesto dal connaturato disposto dell’art. 20 comma 6 L. Reg. 11/2004 e dell’art. 40 delle NTA del Piano di Intervento. Siamo quindi in presenzadi un atto diretto ad evidenziare ai ricorrenti la mancanza di un presupposto per l’approvazione del PUA che, tuttavia, si ferma ad un momento propedeutico e precedente alla fase di manifestazione di volontà della Giunta. La comunicazione circa la mancanza dei requisiti deve essere allora collocata nell’ambito della fase istruttoria, essendo – com’è-, diretta a sollecitare l’impresa destinataria a "colmare" le irregolarità riscontrate, ad ottenere la documentazione richiesta e, quindi, a determinare una legittima approvazione del Piano".

A nostro parere, peraltro, dovrebbe essere tenuto presente che un arresto procedimentale è pur sempre un diniego di approvazione.

sentenza TAR Veneto 1116 del 2012

Il Comune non può richiedere per i nuovi alloggi una superficie minima superiore a quella del D.M. 5 luglio 1975

17 Ago 2012
17 agosto 2012

Nella sentenza n. 117 del 2012, il TAR Veneto dichiara illegittimo un regolamento edilizio comunale che stabilisce che "le nuove unità abitative nelle costruzioni residenziali dovranno avere una superficie minima di pavimento" non nferiore ad 80 mq (al netto delle murature ed accessori).

Scrive il TAR: "Come rilevabile dagli atti di causa e dalla stessa deliberazione n. 15/12, assunta nelle more del giudizio dal Consiglio Comunale di Colle S. Lucia, l’obiettivo sotteso alla disposizione introdotta con il Regolamento Edilizio, stabilente la metratura minima della superficie di pavimento per i nuovi edifici a destinazione residenziale (80 mq), è quello di assicurare la realizzazione di appartamenti aventi
dimensioni idonee alla residenza di carattere stabile, arginando il fenomeno delle “seconde case”, utilizzate stagionalmente da non residenti.
Scoraggiando così la realizzazione di nuovi immobili con dimensioni ridotte, a favore di interventi che privilegiano l’insediamento di nuovi nuclei familiari stanziali in appartamenti di più ampie dimensioni, con la norma regolamentare, più volte modificata nel corso degli anni attraverso le varianti approvate, il Comune ha inteso esercitare il proprio potere di disciplina dell’uso del territorio.
Ritiene il Collegio che gli atti assunti in tale ottica, così come perseguita attraverso la disposizione contenuta nel regolamento edilizio, siano illegittimi.
Va infatti condiviso l’assunto di parte ricorrente che rileva la diversa finalità attribuita alle disposizioni contenute nei regolamenti edilizi comunali, le quali, pur essendo destinate a disciplinare le modalità costruttive, hanno il precipuo scopo di assicurare che gli alloggi rispettino i requisiti minimi di carattere igienico-sanitario, ovvero rispondano a determinate caratteristiche tecnico-costruttive, ovvero ancora assicurino determinate condizioni di sicurezza e vivibilità.
Orbene, il limite fissato dal Comune per le nuove costruzioni, che impone, al netto delle murature e degli accessori, una superficie utile di almeno 80 mq, non appare giustificato da alcuna delle suddette finalità: lo stesso limite fissato dal D.M. del 1975 impone infatti una dimensione minima della superficie da assicurare in rapporto al numero degli abitanti l’unità residenziale che è palesemente inferiore a quella fissata dal Comune (56 mq per quattro occupanti), pur essendo ritenuta conforme ai requisiti di carattere igienico-sanitario degli immobili.
In realtà, come espressamente ammesso dalla stessa amministrazione, la prescrizione impugnata rappresenta lo strumento utilizzato per il contenimento dell’edilizia a scopo eminentemente turistico, al fine di favorire degli insediamenti della popolazione locale.
Una simile impostazione, tuttavia, non solo non è rispettosa dei contenuti propri e delle finalità delle disposizioni contenute nei regolamenti edilizi, ma finisce per incidere in modo sensibile sul libero esercizio dello ius aedificandi, limitando la libera scelta degli operatori del settore, senza considerare che, nell’attuale congiuntura economica, la realizzazione e successiva messa sul mercato di abitazioni di dimensioni più contenute (non necessariamente rivolte al solo mercato delle seconde case) può assicurare maggiori possibilità di alienazione dei nuovi immobili.
Non può essere infatti ignorato il dato di fatto per cui, allo stato attuale, le dimensioni dei nuclei familiari sono sempre più contenute, senza contare il fenomeno dei “single”, e quindi può apparire anacronistica l’affermazione del Comune secondo la quale solo garantendo la realizzazione di nuovi appartamenti di più ampie dimensioni si favorirebbe l’insediamento di nuovi nuclei familiari.
“Non si può non rilevare che sono le regole del libero mercato e la domanda di alloggi con superficie inferiore a 45 mq a determinare la scelta dell’imprenditore di realizzare abitazioni adeguate alle necessità sociali degli acquirenti, mentre un’eventuale inadeguatezza degli alloggi rispetto alle richieste del mercato, comporta un naturale squilibrio nell’offerta delle tipologie edilizie”(T.A.R. Brescia, n. 301/2055).
Peraltro, non può essere ignorata la considerazione dedotta in ricorso secondo la quale il perseguimento di tali obiettivi può essere ottenuto attraverso altri strumenti di politica sociale, quale è l’edilizia economico popolare o la riserva di appartamenti a favore dei nuovi nuclei familiari".

sentenza TAR Veneto 1117 del 2012

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