La discrezionalità tecnica della commissione di gara e il sindacato del Giudice amministrativo (G.A.)

31 Ott 2026
31 Ottobre 2026

Il Consiglio di Stato ha affermato che nel sindacato sulle valutazioni tecnico-discrezionali rese dalla commissione giudicatrice nell’ambito di una procedura di evidenza pubblica, il G.A. può verificare l’attendibilità, la coerenza logica, la correttezza metodologica e la non manifesta irragionevolezza dell’apprezzamento tecnico, ma non può sostituire una propria valutazione a quella dell’organo tecnico, né procedere a una nuova attribuzione dei punteggi o a un autonomo giudizio di maggiore meritevolezza delle offerte. Non è pertanto corretta la decisione che, pur formalmente esercitando un sindacato di legittimità, si traduca in una rivalutazione sostitutiva del merito tecnico-amministrativo, riservato alla stazione appaltante.

Il principio del pieno accesso del giudice al fatto non implica la sua piena sostituibilità alla P.A. nelle valutazioni tecniche. L’accertamento del fatto storico, della sua esistenza, consistenza e corretta rappresentazione è integralmente sindacabile dal giudice; resta invece riservata alla P.A. la successiva attività di interpretazione, qualificazione e ponderazione tecnica del fatto medesimo, salvo che risulti inficiata da travisamento, errore manifesto, irragionevolezza o illogicità evidente.

La verificazione e la CTU costituiscono strumenti istruttori finalizzati all’accertamento e alla comprensione del fatto tecnico rilevante per la decisione, ma non possono essere utilizzate per sostituire la valutazione tecnico-discrezionale riservata alla P.A. o per supplire ad una mancata valutazione. In particolare, con riferimento agli appalti pubblici, non è consentito il ricorso a detti mezzi di valutazione della prova per operare una nuova graduazione comparativa delle offerte o una diversa attribuzione dei punteggi. Gli ausili istruttori sono ammissibili solo ai fini della verifica della correttezza dell’iter valutativo e dell’accertamento di eventuali errori macroscopici o travisamenti.

Post di Alberto Antico – avvocato

Il grave illecito professionale come fattispecie tassativa, nel nuovo codice appalti

31 Ott 2026
31 Ottobre 2026

Il Consiglio di Stato ha affermato che l’omessa dichiarazione di una circostanza rilevante ai fini dell’affidabilità professionale dell’operatore economico non costituisce un’autonoma causa di esclusione dalla procedura di gara, ma rileva quale elemento del giudizio complessivo di affidabilità demandato alla stazione appaltante, congiuntamente al fatto non dichiarato. Nel caso di specie, l’omessa dichiarazione riguardava una misura cautelare interdittiva applicata all’allora legale rappresentante dell’impresa aggiudicataria e successivamente revocata. La stazione appaltante aveva riesaminato la posizione dell’operatore economico confermandone l’affidabilità professionale.

Ai fini dell’art. 98 d.lgs. 36/2023, il grave illecito professionale assume rilevanza esclusivamente se riferibile all'operatore economico offerente, salve le ipotesi tassativamente previste dall’art. 98, co. 3, lett. g-h d.lgs. cit., nelle quali i fatti imputabili alle persone fisiche indicate dal precedente art. 94, co. 3, sono idonei a riverberarsi sulla posizione dell’impresa.

Nel sistema delineato dall’art. 98 cit., le fattispecie integranti il grave illecito professionale sono tipizzate dal legislatore, con conseguente esclusione di cause espulsive fondate su fattispecie atipiche o su valutazioni eccedenti il perimetro normativamente definito. È stata così superata la configurazione del grave illecito professionale quale clausola generale aperta, propria del previgente art. 80 d.lgs. 50/2016.

La valutazione dell’idoneità delle misure di self cleaning adottate dall’operatore economico, ai fini del recupero dell’affidabilità professionale, è rimessa alla discrezionalità della stazione appaltante; il sindacato giurisdizionale è limitato al travisamento dei fatti, al difetto di istruttoria e alla manifesta illogicità o irragionevolezza della valutazione compiuta. La valutazione positiva delle misure di self cleaning è immune da vizi di manifesta irragionevolezza in presenza dell’immediata estromissione del soggetto coinvolto nella vicenda penale, dell’adozione di un modello organizzativo ex d.lgs. 231/2001 e della revisione delle procedure interne concernenti il settore interessato dalle contestazioni.

Post di Alberto Antico – avvocato

I costi della manodopera, nei pubblici appalti

31 Ott 2026
31 Ottobre 2026

Il Tribunale regionale di giustizia amministrativa (TRGA), Sede di Trento ha affermato che l’obbligo dell’operatore economico di corrispondere ai lavoratori la retribuzione e di sostenere i relativi oneri previdenziali deriva dall’esecuzione della specifica commessa e deve essere rappresentato nell’offerta economica nella sua effettiva consistenza economica, non essendo sufficiente dimostrare di disporre, per ragioni estranee alla gara, di risorse fiscali o patrimoniali suscettibili di essere utilizzate per ridurre l’esborso complessivo, poiché si finirebbe per far apparire ex post come sostenibile un’offerta che, considerata nella propria struttura, presenta costi superiori a quelli esposti.

Al fine di sostenere il costo della manodopera nell’ambito dell’offerta economica, l’operatore economico può operare una compensazione tra crediti fiscali e debiti contributivi nei confronti degli enti impositori, a condizione che il credito invocato costituisca un’economia interna alla specifica offerta e che risulti in modo chiaro e specifico la correlazione tra il costo per oneri previdenziali e contributivi da affrontare e la quota di credito fiscale da porre in compensazione. In assenza di tale correlazione e stima dei costi specifici, non può ritenersi sufficiente che il credito astrattamente utilizzabile sia stato certificato dall’Agenzia delle entrate. L’utilizzo di un credito edilizio in compensazione dei maggiori costi della manodopera non è idoneo a giustificare l’anomalia dell’offerta, in quanto non deriva dall’organizzazione del servizio oggetto di gara, né da una riduzione del costo unitario della manodopera, ma rappresenta una disponibilità economica propria dell’operatore economico, maturata anteriormente e al di fuori della procedura di gara di cui trattasi, perciò inidoneo a incidere sul costo della produzione lavorativa, ma esclusivamente sull’esborso finanziario cui è tenuta l’impresa.

In tema di verifica dell’anomalia dell’offerta, l’operatore economico può dimostrare che il ribasso complessivo del costo della manodopera deriva da una più efficiente organizzazione aziendale, in relazione ai risultati che la stessa consente di raggiungere, nel contesto del singolo affidamento. Non gli è consentito, invece, fare riferimento all’utile generale dell’impresa o alla complessiva situazione economica e patrimoniale della società, poiché ciò consentirebbe di presentare offerte in perdita, confidando in risorse estranee alla specifica commessa e determinerebbe un’alterazione delle condizioni di concorrenza tra gli operatori economici.

Post di Alberto Antico – avvocato

Il privato deve poter impugnare il rigetto della revoca di un sequestro finalizzato alla confisca di prevenzione

31 Ott 2026
31 Ottobre 2026

La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 27, co. 1 d.lgs. 159/2011, cd. codice antimafia, nella parte in cui non include tra i provvedimenti ivi elencati quello con cui il giudice abbia rigettato l’istanza di revoca di un sequestro finalizzato alla confisca di prevenzione e, per l’effetto, non prevede il potere di impugnarlo.

Il principio di parità delle armi sancito dall’art. 111 Cost. si applica anche al procedimento di prevenzione. Quest’ultimo, pur legittimamente finalizzato a sottrarre a chi ne abbia la disponibilità beni di ritenuta provenienza delittuosa, produce gravose conseguenze limitative dei diritti di proprietà e di libera iniziativa economica, e proprio per questa ragione deve assicurare una piena tutela al diritto di difesa all’interessato.

A fronte di una medesima istanza di revoca proposta dal privato, l’art. 27 del codice antimafia attribuiva al pubblico ministero soccombente la possibilità di sollecitare un giudice superiore a rivedere la decisione di revoca del primo giudice, prevedendo altresì che il sequestro mantenga provvisoriamente la propria efficacia durante il giudizio di impugnazione. Al contrario, il privato soccombente, che si fosse visto respingere l’istanza di revoca, non aveva alcuna possibilità di far valere le proprie ragioni davanti a un giudice superiore, ed era così costretto ad attendere l’adozione del provvedimento di confisca per potere nuovamente esercitare la propria facoltà di impugnazione, continuando nel frattempo a subire gli effetti del sequestro.

La previsione di un termine massimo di due anni per l’adozione della confisca a valle di un sequestro di prevenzione non vale a impedire che il sequestro possa produrre, in questo lasso di tempo, gravi danni al privato, specie quando i beni sequestrati gli siano indispensabili per l’esercizio di un’attività lavorativa o imprenditoriale.

Post di Alberto Antico – avvocato

L’appello incidentale

30 Ott 2026
30 Ottobre 2026

Il Consiglio di Stato ha affermato che nel processo amministrativo, l’appello incidentale improprio è ammissibile quando sia proposto dalla parte parzialmente soccombente in primo grado al fine, di ottenere la riforma dei capi della sentenza ad essa sfavorevoli. L’appello incidentale, se ritualmente e tempestivamente proposto, conserva la sua autonomia rispetto all’appello principale.

Post di Alberto Antico – avvocato

Princìpi utili in materia elettorale

30 Ott 2026
30 Ottobre 2026

Il Consiglio di Stato ha affermato che costituisce segno di riconoscimento, con conseguente nullità del voto, la cancellazione di una preferenza già espressa e la successiva riscrittura del nominativo nello spazio corretto, non potendo tale anomalia essere ricondotta ad un mero errore scusabile dell’elettore, il quale, in presenza di errori nella compilazione della scheda, è tenuto a richiederne la sostituzione all’ufficio elettorale.

È valido il voto espresso per una lista e per il candidato Sindaco ad essa collegato, qualora la preferenza per un candidato appartenente alla medesima lista sia apposta nello spazio destinato ad altra lista, trattandosi di mera irregolarità materiale che non incide sull’univoca ricostruzione della volontà dell’elettore. Resta inefficace, in applicazione dell’art. 57 d.P.R. 570/1960, applicabile alle consultazioni elettorali nei Comuni fino a 15.00 abitanti, soltanto l’eventuale preferenza riferita a candidati appartenenti ad una lista diversa da quella votata.

L’indicazione nella scheda elettorale del nominativo di un soggetto non candidato integra un segno di riconoscimento e comporta la nullità del voto, salvo che l’anomalia risulti plausibilmente riconducibile a un errore derivante dalla contestuale presenza del medesimo nominativo in un’altra competizione elettorale svoltasi nello stesso contesto temporale.  Nel caso di specie, i nominativi inseriti nelle schede corrispondevano a soggetti non candidati, ma appartenenti al corpo elettorale e candidati in precedenti elezioni. La circostanza che i nominativi indicati corrispondessero a candidati di elezioni precedenti (e non contestuali) non giustificava l’errore, in quanto la successione cronologica, a distanza di un significativo lasso temporale, escludeva o, comunque, rendeva implausibile la confusione dell’elettore. I nominativi indicati nelle schede corrispondevano a quelli di potenziali elettori e si traducevano, quindi, in una ipotesi scolastica di segni di riconoscimento.

Nei Comuni sino a 2.000 abitati, in cui non è ammessa né la doppia preferenza, né il voto disgiunto, integra segno di riconoscimento, con conseguente nullità del voto, l’indicazione di due preferenze, di cui una soltanto riconducibile alla lista espressamente votata. Nel caso di specie, l’anomala compilazione della scheda non trovava una plausibile spiegazione nell’imperizia dell’elettore, da escludersi in considerazione della precisa redazione, con l’apposizione della croce sul simbolo di una delle due liste e con la indicazione delle preferenze, in modo ordinato e chiaro, negli spazi corrispondenti alle due liste avversarie (modalità di redazione che disvelavano la piena padronanza del sistema elettorale).

Nel giudizio elettorale, qualora la sentenza sia stata annullata per omessa integrazione del contraddittorio nei confronti di controinteressati o litisconsorti necessari, la tempestività del ricorso incidentale proposto dai soggetti pretermessi deve essere valutata esclusivamente con riferimento al giudizio riassunto, non potendosi imputare loro la mancata proposizione di difese nel processo successivamente dichiarato nullo.

Qualora il giudice, dopo avere dichiarato inammissibile una domanda o un motivo, proceda ugualmente ad esaminarne il merito, le relative argomentazioni sono prive di effetti decisori e non determinano alcun onere di impugnazione, dovendo la parte soccombente censurare esclusivamente la statuizione processuale che costituisce la reale ratio decidendi della sentenza e riproporre i motivi da intendersi non esaminati. Nella specie, tale principio ha consentito di convertire le censure rivolte alla motivazione sul merito in riproposizione dei motivi del ricorso incidentale, erroneamente dichiarato inammissibile.

Post di Alberto Antico – avvocato

L’interdittiva antimafia come extrema ratio

30 Ott 2026
30 Ottobre 2026

Il Consiglio di Stato ha affermato l’illegittimità dell’interdittiva antimafia che non rechi una specifica valutazione in ordine all’applicabilità delle misure di prevenzione collaborativa ex art. 94-bis d.lgs. 159/2011, costituendo l’interdittiva una extrema ratio, circoscritta alle situazioni più gravi di pericolo di condizionamento. Grava sulla P.A. l’onere di motivare l’insussistenza delle condizioni per disporre tali misure e, quindi, l’idoneità della sola, più gravosa, misura interdittiva a fronteggiare il pericolo di infiltrazione.

L’obbligo motivazionale sull’insussistenza delle condizioni per disporre le misure amministrative di prevenzione collaborativa: a) non può ritenersi assolto in via implicita, poiché tale conclusione, se generalizzata, sterilizzerebbe la garanzia di un approccio graduale alla prevenzione antimafia; b) permane anche qualora l’operatore economico non si sia avvalso della facoltà di partecipare al procedimento amministrativo; c) può ritenersi assolto quando vengono messi in luce elementi che indichino un legame strutturale, organico o duraturo tra l’impresa e la criminalità organizzata, con riferimento alla continuità e stabilità dei rapporti con soggetti controindicati e, in particolare, al condizionamento della gestione aziendale.

Post di Alberto Antico – avvocato

La revoca della procedura di gara di una concessione demaniale marittima

30 Ott 2026
30 Ottobre 2026

Il TAR Napoli ha affermato che non è nullo per violazione o elusione del giudicato il provvedimento con cui la P.A., dopo l’annullamento giurisdizionale della graduatoria di una procedura per il rilascio di concessioni demaniali marittime, revoca la procedura medesima per destinare il bene a un uso ritenuto più rispondente alla fruizione collettiva, trattandosi di riesercizio del potere amministrativo non consumato dal giudicato.

La violazione del giudicato ricorre quando la P.A. adotti un nuovo provvedimento che riproduca i vizi già accertati o contrasti con puntuali prescrizioni conformative della sentenza; l’elusione ricorre invece quando la P.A., pur conformandosi formalmente alla decisione, persegua nella sostanza il medesimo risultato già ritenuto illegittimo.

La revoca della procedura concessoria è espressione di discrezionalità amministrativa, sindacabile dal G.A. nei soli limiti della manifesta illogicità, dell’irragionevolezza, del travisamento dei fatti o dell’evidente difetto di istruttoria, senza che la valutazione della P.A. possa essere sostituita da una diversa ponderazione degli interessi. Il rilascio e la permanenza della concessione non costituiscono un fine in sé, ma restano subordinati alla verifica della loro costante compatibilità con le esigenze pubbliche che insistono sul territorio. In tale prospettiva, l’interesse pubblico sotteso all’art. 36 cod.nav. (evitare che il bene sia sottratto all’uso generale se non nei limiti compatibili con le esigenze collettive) costituisce il parametro cui deve orientarsi l’azione amministrativa. Tra gli interessi valutabili dalla P.A. rientra la scelta di destinare il bene a una fruizione più aperta e vantaggiosa per la collettività, in luogo dell’utilizzazione particolare riservata al concessionario.

È legittima la revoca degli atti della procedura a evidenza pubblica per il rilascio di una concessione demaniale disposta prima dell’aggiudicazione definitiva, senza previa comunicazione di avvio del procedimento ai concorrenti, i quali sono titolari di mere aspettative e non di posizioni giuridiche consolidate.

Post di Alberto Antico – avvocato

Questioni processuali

30 Ott 2026
30 Ottobre 2026

Il TAR del Lazio, Sede di Roma ha affermato che il giudice amministrativo può prendere cognizione d’ufficio di un provvedimento giurisdizionale pubblicato sul sito istituzionale della giustizia amministrativa e tenerne conto ai fini della decisione, anche quando la parte lo abbia depositato tardivamente e la relativa produzione debba essere stralciata. La pubblicazione ufficiale del provvedimento ne consente la consultazione quale fonte di cognizione distinta dall’allegazione processuale della parte.
Il giudice dell’ottemperanza che sia stato relatore della sentenza della cui esecuzione si tratta non ha l’obbligo di astenersi, né tale circostanza integra, di per sé, una grave ragione di convenienza ai fini dell’astensione facoltativa, da valutarsi in concreto. Il rapporto tra giudizio di cognizione e successivo giudizio di ottemperanza non configura una successione tra diversi gradi del medesimo processo.
La sostituzione del relatore non viola il principio del giudice naturale precostituito per legge, che riguarda l’individuazione dell’ufficio giudiziario competente e non la designazione dei singoli componenti del collegio: non può, pertanto, essere accolta l’istanza di ostensione del provvedimento di sostituzione, proposta al solo fine di sindacarne le ragioni.

Post di Alberto Antico – avvocato

Gli avvocati possono impugnare le assegnazioni “irragionevoli” dei magistrati amministrativi, per contrastare la cronica carenza di organico del proprio TAR

30 Ott 2026
30 Ottobre 2026

Il Consiglio di Stato ha affermato che gli avvocati che esercitano con continuità presso un ufficio giudiziario in grave e strutturale carenza di organico sono legittimati a impugnare gli atti del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (CPGA), quale organo di autogoverno, sull’assegnazione dei magistrati amministrativi alle sedi, in quanto titolari di una posizione differenziata derivante dalla propria funzione professionale, incisa dalla scopertura dell’ufficio giudiziario e con la finalità di assicurare l’effettività della tutela giurisdizionale alle parti, che essi assistono e rappresentano nei giudizi pendenti dinanzi al TAR.

Sussiste l’interesse ad agire, attuale e concreto, degli avvocati che impugnano l’omessa assegnazione da parte del CPGA di un magistrato amministrativo all’ufficio ove patrocinano, versante in documentata scopertura strutturale di organico, senza che occorra quantificare i ritardi nelle singole cause patrocinate - onere risolventesi in una probatio diabolica - gravando semmai sulla P.A., che dispone dei dati sui flussi, la prova contraria dell’efficienza dell’ufficio.

La scelta discrezionale del CPGA sull’assegnazione di un magistrato amministrativo è sindacabile per ragionevolezza, proporzionalità, adeguatezza della motivazione e completezza dell’istruttoria, senza invasione del merito e l’annullamento non impone l’assegnazione del magistrato all’ufficio in scopertura, ma vincola la riedizione del potere ai soli criteri che governano assegnazioni e trasferimenti.

È illegittima, per difetto di istruttoria e motivazione, la delibera che assegna il magistrato disponibile a un TAR prossimo alla copertura dell’organico, anziché a un altro ufficio in scopertura “emergenziale”, senza valutare, alla stregua dei criteri di priorità auto-fissati, se la vacanza di quest’ultimo dovesse essere colmata per prima, e fondando la scelta sull’asserita superiore “qualità” del contenzioso della sede prescelta, criterio non previsto né supportato da dati oggettivi e omogenei.

Post di Alberto Antico – avvocato

sent. CdS n. 6191-2026

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