L’atto notificato alla parte in cancelleria è inesistente e non può essere sanato
E’ quanto statuito una recente sentenza della Corte di Cassazione
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Con l'ordinanza n.2707/2015 in data 3 giugno 2015 la Quarta Sezione del Consiglio di Stato rimetteva all’Adunanza Plenaria la soluzione delle questioni relative alla necessità (o meno) dell’indicazione nominativa, al momento della presentazione dell’offerta, dell’impresa subappaltatrice, nelle ipotesi in cui quella concorrente sia sprovvista del requisito di qualificazione per alcune categorie scorporabili e abbia manifestato l’intenzione di subappaltare le relative lavorazioni, e alla legittimità (o meno) del c.d. soccorso istruttorio al fine di consentire la predetta identificazione (nell’ipotesi in cui l’Adunanza Plenaria la dovesse giudicare necessaria e solo per le procedure nelle quali la fase di presentazione delle offerte si sia conclusa in data anteriore al relativo pronunciamento) e l’indicazione degli oneri di sicurezza aziendali (per le sole procedure nelle quali la fase di presentazione delle offerte si sia conclusa prima della pubblicazione della decisione dell’Adunanza Plenaria n.3 del 2015, che ne ha affermato l’obbligatorietà anche per gli appalti di lavori).
La questione è ora stata decisa dall'Adunanza Plenaria.
Post di Dario Meneguzzo - avvocato
Ponendo fine ad un contrasto giurisprudenziale durato almeno tre anni e che ha visto contrapporsi giudici amministrativi di primo grado (TAR) e d'appello (Sezioni giudicanti del Consiglio di Stato), l'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (pubblicata su questo sito in data odierna) ha affermato il principio di diritto secondo cui "l’indicazione del nominativo del subappaltatore già in sede di presentazione dell’offerta non è obbligatoria, neanche nell’ipotesi in cui il concorrente non possieda la qualificazione nelle categorie scorporabili previste all’art.107, comma 2, d.P.R. 207/2010".
Post del dott. Roberto Travaglini - funzionario di Confindustria Vicenza - accesso libero
Secondo il TAR la legge n. 1150 del 1942 non costituisce uno spartiacque per stabilire se un'opera sia o no abusiva.
Pertanto anche la violazione di un regolamento edilizio del 1929 rende un'opera abusiva ancora oggi e il fatto che il Comune lo sapesse da tempo non ha alcun effetto sanante.
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L'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato specifica quando sussiste la legittimazione attiva delle associazioni rappresentative di interessi collettivi
E’ necessario, innanzitutto, che la questione dibattuta attenga in via immediata al perimetro delle finalità statutarie dell’associazione e, cioè, che la produzione degli effetti del provvedimento controverso si risolva in una lesione diretta del suo scopo istituzionale, e non della mera sommatoria degli interessi imputabili ai singoli associati (Cons. St., sez. IV, 16 novembre 2011, n.6050).
E’, inoltre, indispensabile che l’interesse tutelato con l’intervento sia comune a tutti gli associati, che non vengano tutelate le posizioni soggettive solo di una parte degli stessi e che non siano, in definitiva, configurabili conflitti interni all’associazione (anche con gli interessi di uno solo dei consociati), che implicherebbero automaticamente il difetto del carattere generale e rappresentativo della posizione azionata in giudizio (cfr. ex multisCons. St., sez. III, 27 aprile 2015, n.2150).
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Si informa che in data 02/10/2015 l'Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) ha approvato l’aggiornamento 2015 del PNA - Piano Nazionale Anpicorruzione - e l'ha pubblicato con Determinazione n. 12 del 28 ottobre 2015.
In una vicenda concernente la demolizione di opere abusive e la conseguente riduzione in pristino il Consiglio di Stato ha riaffermato il principio per cui Il provvedimento di demolizione di un manufatto abusivo non richiede una motivazione aggravata nei casi in cui sia trascorso un lungo periodo di tempo tra l’epoca della commissione dell’abuso e la data di adozione dell’ingiunzione di demolizione, poiché l'ordinamento tutela l'affidamento solo qualora esso sia incolpevole, mentre la realizzazione di un’opera abusiva si concretizza in una volontaria attività del costruttore contraria alla legge.
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Segnaliamo una sentenza del TAR che precisa che un atto sopprassessorio non è impugnabile solo se è effettivamente interlocutorio.
Post di Dario Meneguzzo - avvocato
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Il TAR dichiara inammissibile un ricorso in materia di pubblico impiego, in quanto nell’epigrafe del ricorso, il ricorrente si è limitato a chiedere l'annullamento “dei provvedimenti tutti che attribuiscono al ricorrente una retribuzione di posizione corrispondente alla seconda fascia”, senza indicarli e elencarli.
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In un’articolata vicenda che ha visto, peraltro, un’amministrazione comunale revocare ad una società di telecomunicazioni la concessione all’installazione di una stazione radio base il Consiglio di Stato ha affermato il principio per cui la mancata previsione nel provvedimento di revoca di un precedente atto dell’indennizzo previsto dall'art. 21 quinquies della legge n. 241 del 1990 non esplica di per sé effetto viziante restando il privato legittimato ad azionare la pretesa indennitaria con onere di provare estremi e presupposti della lamentata perdita patrimoniale.
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