Il TAR Veneto ha dichiarato inammissibile una domanda risarcitoria (per asseriti danni da opere eseguite previa CIL), per non aver il ricorrente assolto l’onere di allegazione minimo per consentire il pieno dispiegarsi del diritto di difesa delle controparti e far sorgere l’obbligo del giudice di pronunciarsi sulla domanda.
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Il TAR Veneto, nel giudicare un’azione avverso il silenzio-inadempimento (tardivamente proposta) per questo tipo di autorizzazione, ha offerto utili principi sul procedimento da seguire, comparando la disciplina anteriore e posteriore all’entrata in vigore del d.P.R. 13 marzo 2013, n. 59.
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Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha affermato che il termine di decadenza di 120 giorni ex art. 30, co. 5 c.p.a. per le azioni risarcitorie da lesione di interessi legittimi non si applica all’azione di condanna all’indennizzo da ingiustificato arricchimento, in quanto norma eccezionale e, pertanto, di stretta interpretazione.
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Nel caso di specie, alcuni condòmini impugnavano il condono ottenuto da un altro comproprietario, con la quale si regolarizzavano alcuni interventi che avevano aumentato il numero di unità immobiliari nel condominio (e quindi il suo carico “umano”), nell’invarianza degli spazi e dei servizi comuni, nonché che avevano ricavato un alloggio all’interno di un’autorimessa in pregiudizio al decoro dello stabile.
Il TAR Veneto ha riconosciuto l’interesse a ricorrere: le circostanze esposte, per quanto correlate ad opere di natura interna, assumono senz’altro rilevanza per gli altri condòmini, potendo impattare sul godimento dei servizi condominiali e pregiudicare il valore degli immobili.
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Il TAR Veneto ha affermato che la possibilità di configurare l’opera realizzata quale autonoma “unità edilizia” non costituisce requisito per la condonabilità dell’intervento.
Il condono, ai sensi dell’art. 31, co. 1 l. 47/1985, può riguardare qualsiasi tipo di opera edilizia (“costruzioni” o “altre opere”).
Nel caso di specie, era condonabile il mutamento di destinazione di un’autorimessa in residenziale.
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Il TAR Veneto ha affermato che l’art. 35, co. 19 l. 47/1985 (in materia di rilascio dell’agibilità su immobili condonati, in deroga alle disposizioni di rango regolamentare) non consente la deroga – non solo delle disposizioni di rango legislativo, ma – anche delle norme tecniche secondarie direttamente attuative delle disposizioni primarie attinenti alla salubrità e vivibilità degli ambienti, quali sono quelle del d.m. 05.07.1975.
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Seppur la giurisprudenza non sia del tutto pacifica, l’orientamento maggioritario risponde di no.
Le disposizioni degli strumenti urbanistici comunali dedicate, in termini generalizzati per tutto il territorio, alle distanze delle costruzioni dagli edifici e dai confini non trovano applicazione per le stazioni radio base (SRB).
Queste ultime sono assimilate alle opere di urbanizzazione primaria e godono di una disciplina speciale di settore.
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Nel caso di specie i privati, pur avendo dei dubbi sull’esatta posizione dei confini di proprietà, edificavano ugualmente un fabbricato, che poi si rivelava in violazione delle distanze minime dai confini.
Il TAR Veneto ha affermato che l’incertezza della linea di confine non poteva legittimare tout court l’avvio dei lavori, ma avrebbe richiesto un previo accertamento dell’esatta perimetrazione della proprietà. Né è configurabile un legittimo affidamento, atteso che l’attività di repressione degli abusi edilizi ha natura vincolata, non richiede una comparazione con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, e che rispetto ad una situazione di fatto abusiva non può consolidarsi alcun affidamento degno di tutela.
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Nel caso di specie, il privato otteneva una sentenza civile che obbligava il concessionario di una cava ad arretrarne il fronte ad una distanza “eguale di volta in volta alla profondità della cava”. La sentenza civile applicava così l’art. 891 c.c. il quale, per quanto qui di interesse, impone a chi vuole scavare fossi, se non dispongono in modo diverso i regolamenti locali, di osservare una distanza eguale alla profondità del fosso, la cd. distanza solonica (prevista per la prima volta dalle leggi di Solone).
L’Autorità mineraria ordinava allora al concessionario di procedere alla coltivazione della cava fino ad una distanza, rispetto ai confini, “eguale di volta in volta alla profondità degli scavi”.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha affermato, in premessa, che la P.A. non è tenuta a conformare i propri atti alle sentenze civili rese inter alios, ma solo all’interesse pubblico, in quanto caso l’interesse minerario, ossia l’interesse a massimizzare l’utilità dell’attività mineraria, nel pieno rispetto della sicurezza statica dei luoghi interessati dall’attività ritenuta legittimamente svolta in base alle autorizzazioni rilasciate.
Per l’effetto, è conforme all’art. 891 c.c. ritenere che la distanza dal confine deve essere pari, di volta in volta, a ciascun gradone della cava e non alla sua profondità massima.
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Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha affermato che, perché vi sia la piena conoscenza necessaria per il decorso del termine di impugnazione, è sufficiente la percezione dell’esistenza di un provvedimento amministrativo e degli aspetti che ne rendono evidente la lesività della sfera giuridica del potenziale ricorrente, in modo da rendere riconoscibile l’attualità dell’interesse ad agire contro di esso.
Nel caso di specie, il privato aveva ricevuto dal Comune una perizia di stima in cui si menzionava ed allegava un provvedimento a lui sfavorevole, integrando così il requisito della piena conoscenza.
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