Il Consiglio di Stato ha affermato la legittimità del diniego di accesso defensionale, ai sensi dell’art. 24, co. 7 l. 241/1990, agli screenshot di conversazioni Whatsapp allegati da un privato a un reclamo presentato al Garante per la protezione dei dati personali, ove l’istante non dimostri la necessità e l’indispensabilità della loro conoscenza per la cura o la difesa dei propri interessi giuridici. Tali messaggi costituiscono corrispondenza tutelata dall’art. 15 Cost. e conservano questa natura anche dopo la ricezione da parte del destinatario, finché non abbiano perso ogni carattere di attualità. Nel caso di specie, essi coinvolgevano anche soggetti terzi estranei al reclamo.
La giurisprudenza costituzionale estende la garanzia dell’art. 15 Cost. anche ai dati esteriori delle comunicazioni; da parte sua, la giurisprudenza della Corte EDU riconduce alla «corrispondenza» tutelata dall’art. 8 CEDU anche i messaggi informatico-telematici già inviati e ricevuti. La chat di Whatsapp è, per le sue caratteristiche, uno strumento di comunicazione ristretto, poiché raggiunge soltanto i soggetti iscritti alla medesima chat. I messaggi prodotti a corredo di un reclamo possono diventare atti del procedimento e rilevare, quindi, ai fini dell’accesso difensivo: restano però fermi l’onere dell’istante di dimostrarne la necessità e l’indispensabilità e la tutela dei terzi coinvolti.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Con il d.l. 23 ottobre 2026, n. 193 (pubblicato in G.U., Serie generale n. 247 del 23.10.2026), in vigore dal 24.10.2026, sono stata approvate disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca. Si segnala l’art. 4 d.l. cit., che riscrive l’art. 1677-bis c.c., rubricato Prestazione di più servizi riguardanti il trasferimento di cose.
Con il d.lgs. 8 ottobre 2026, n. 194 (pubblicato in G.U., Serie generale n. 248 del 24.10.2026), in vigore dall’08.11.2026, è stata data attuazione alla direttiva (UE) 2024/1069 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024, sulla protezione delle persone attive nella partecipazione pubblica da domande manifestamente infondate o procedimenti giudiziari abusivi («azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica»).
Con la l. 13 ottobre 2026, n. 192 (pubblicata in G.U., Serie generale n. 247 del 23.10.2026), in vigore dal 07.11.2026, Palazzo Fortunato in Rionero in Vulture (provincia di Potenza) è stato dichiarato monumento nazionale.
Il Consiglio di Stato ha affermato che, in materia di impianti agrivoltaici, le Regioni non possono subordinare il rilascio del titolo abilitativo al possesso, da parte del proponente, di requisiti soggettivi ulteriori rispetto a quelli previsti dai principi fondamentali della materia rinvenibili nella normativa statale. Quest’ultima, pur presupponendo la compresenza della produzione energetica e dell’attività agricola sul medesimo sito, non richiede che entrambe siano esercitate dal titolare dell’impianto, potendo l’attività agricola essere demandata a operatori terzi sulla base di rapporti contrattuali. La fissazione, in via generale e astratta, di requisiti soggettivi che impediscano a determinate categorie di operatori di accedere al settore dell’agrivoltaico travalica, pertanto, le esigenze di governo del territorio regionale e invade le competenze statali, ponendosi altresì in contrasto con il principio fondamentale della massima diffusione degli impianti alimentati da fonti di energia rinnovabile.
Post di Alberto Antico – avvocato
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La realizzazione di un impianto fotovoltaico a terra all’interno di un’area protetta o paesaggisticamente tutelata non è, in astratto, incompatibile con il vincolo paesaggistico.
Tuttavia, proprio in ragione dell’impatto che un impianto di rilevanti dimensioni può produrre sul contesto visivo e panoramico, l’amministrazione è tenuta a svolgere un controllo particolarmente rigoroso sul turbamento estetico del paesaggio.
Il diniego può quindi fondarsi sull’impatto estetico dell’opera, sulla sua visibilità da punti panoramici e sulla disarmonia con il contesto, ma la motivazione deve essere concreta e non apparente. Occorre indicare le caratteristiche dell’area tutelata, le dimensioni e la conformazione dell’impianto, gli elementi paesaggistici coinvolti e il rapporto di incompatibilità tra l’opera progettata e il contesto di riferimento.
La mera esistenza di un vincolo paesaggistico o la semplice visibilità dell’impianto non sono sufficienti, di per sé, a giustificare il diniego. Nel caso esaminato dal TAR Lombardia, invece, la valutazione era stata ancorata alla normativa regionale applicabile, alla collocazione dell’impianto in un’area destinata alla conservazione dei valori naturalistici e paesaggistici e alla sua rilevante consistenza, trattandosi di un parco fotovoltaico composto da 1.638 moduli e da un’opera strutturale permanente di supporto.
Il sindacato del giudice amministrativo sull’apprezzamento paesaggistico resta circoscritto alla logicità, alla coerenza e alla rispondenza della valutazione agli elementi di fatto esistenti. Il giudice non può sostituire il proprio apprezzamento soggettivo a quello dell’amministrazione quando quest’ultimo sia sorretto da un’istruttoria adeguata, dalla normativa applicabile e da dati oggettivi.
Post di Dario meneguzzo - avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato che la ratio del regime di favore che il d.m. Sviluppo economico 5 maggio 2011 accorda agli impianti fotovoltaici «su edifici» risiede in fattori sistemici di più ampio respiro – contenimento del consumo di suolo, alleggerimento del carico sulla rete, maggiore costo delle installazioni a copertura – e non nel solo efficientamento energetico dell’edificio, sicché una struttura completamente aperta (a maggior ragione se qualificabile come mera intelaiatura), riducendosi a mero supporto dei pannelli, si diversifica dall’impianto a terra per la sola altezza.
È legittima la decadenza disposta dal Gestore dei servizi energetici (GSE) dall’incentivazione concessa per un impianto «su edificio», ove in sede di controllo emerga che la preannunciata chiusura del manufatto non è mai stata realizzata, atteso che la definizione di edificio – mutuata dal d.P.R. 412/1993 – presuppone la delimitazione di uno spazio di volume definito e, quindi, la tendenziale chiusura del fabbricato.
La nozione di «edificio» rilevante ai fini della diversificazione dei regimi incentivanti è diversa da quella rilevante a fini urbanistico-edilizi: pertanto, il sindacato del GSE sulla qualificazione della struttura ai fini incentivanti non si risolve in un sindacato sulla validità del titolo edilizio, né sugli effetti della comunicazione di fine lavori al Comune e non invade la sfera di competenza di quest’ultimo.
È legittima la determinazione con cui il GSE, accertata la decadenza dalla tariffa richiesta, concede contestualmente l’incentivo nella minore misura effettivamente spettante, riqualificando la domanda carente di un requisito secondo la diversa fattispecie tipica che lo richieda: non si tratta infatti di esercizio di un potere “imposto”, potendo il richiedente sempre rinunciare agli effetti prodotti, ancorché a lui favorevoli.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il Consiglio di Stato ha affermato che, nel giudizio risarcitorio innanzi al G.A., retto dal principio dell’onere della prova di cui agli artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c., la prova del danno deve essere integralmente fornita nel giudizio di primo grado. È pertanto preclusa la produzione di nuovi documenti sia in appello, ai sensi dell’art. 104, co. 2 c.p.a., sia nel giudizio di rinvio disposto per omessa pronuncia sulla domanda risarcitoria. Quest’ultimo, in applicazione del principio desumibile dall’art. 394 c.p.c., ha natura di giudizio ad istruzione sostanzialmente chiusa e va definito sulla base dello stato degli atti esistente al momento in cui la causa era stata trattenuta in decisione per la prima volta. Sono fatte salve le produzioni giustificate da fatti sopravvenuti, da esigenze istruttorie derivanti dalla sentenza di annullamento o dall’impossibilità di produrre i documenti in precedenza per causa di forza maggiore. La mera e casuale omissione di pronuncia da parte del giudice di primo grado non può tradursi in una rimessione in termini della parte ricorrente per integrare il quadro probatorio. Il divieto di nova in appello opera anche per i ricorsi proposti prima dell’entrata in vigore del c.p.a. e trattenuti in decisione dopo tale data. Esso, del resto, recepisce l’orientamento già formatosi sull’applicabilità al processo amministrativo dell’art. 345 c.p.c., esteso alle prove precostituite.
Nel giudizio risarcitorio innanzi al G.A., né la CTU né la liquidazione equitativa del danno possono supplire al mancato assolvimento dell’onere probatorio gravante sul ricorrente. La prima presuppone un danno già provato, del quale occorra verificare i criteri di quantificazione. La seconda, di natura meramente sussidiaria, presuppone la dimostrata esistenza di un danno certo e l’impossibilità, o la rilevante difficoltà, oggettiva e incolpevole, di una stima esatta.
Nel caso di specie, a fronte del diniego del permesso di costruire (PdC), il costo di acquisto del terreno, non sottratto al proprietario, non integra di per sé un danno emergente: il pregiudizio sarebbe semmai costituito dalla differenza di valore tra l’area edificabile e l’area priva di tale potenzialità, differenza che nella specie non era stata indicata né provata. Inoltre, il prezzo di acquisto dei diritti edificatori non costituisce di per sé una voce di danno, essendo tali diritti astrattamente spendibili altrove.
Non è configurabile un errore materiale, come tale emendabile senza un’attività interpretativa della volontà della P.A., nella perimetrazione cartografica di una zona destinata a parco urbano dal piano territoriale di coordinamento paesistico, qualora la pretesa svista non sia riconoscibile ictu oculi dal contesto dell’atto. Ciò accade quando l’errore sia desunto da fonti esterne, quali la cartografia di livello puntuale di un piano urbanistico comunale successivo e sotto-ordinato, ovvero dall’asserita mancanza, nell’area, degli elementi caratterizzanti il parco urbano. Tale ultimo profilo attiene al momento formativo della volontà e integra, semmai, un errore-vizio.
È legittimo il diniego del PdC fondato sulla disciplina del piano territoriale di coordinamento paesistico regionale che include l’area in zona destinata a parco urbano, ancorché il piano urbanistico comunale, approvato con il concorso della Regione, la escluda da tale destinazione. L’approvazione del piano comunale non determina la rideterminazione del perimetro della zona tutelata dal piano sovraordinato, in assenza di una modifica consapevole ed espressa della relativa cartografia. La divergenza tra i due strumenti va quindi risolta in base al principio di gerarchia tra piani e accordando prevalenza alla disciplina di maggior tutela.
Nel giudizio di risarcimento del danno derivante dal diniego del PdC, non è ravvisabile la colpa del Comune che, nell’interpretazione e applicazione del piano territoriale di coordinamento paesistico, si sia attenuto alle indicazioni fornite dalla Regione, che ha emanato il piano sovraordinato.
Appartiene alla giurisdizione del G.O. la domanda di risarcimento del danno per lesione della libertà negoziale proposta dal privato che abbia acquistato un terreno, e i relativi diritti edificatori, confidando nell’edificabilità attestata dal CDU rilasciato dal Comune e allegato all’atto di compravendita. Ciò vale qualora il certificato sia stato rilasciato al di fuori di qualunque procedimento o contatto, anche preliminare, con la P.A. finalizzato al conseguimento del titolo edilizio. Si tratta infatti di un comportamento avulso dall’esercizio del potere, né rileva il rilascio di un ulteriore certificato in pendenza del procedimento, essendosi a quel punto la lesione patrimoniale già prodotta. Il CDU non ha natura provvedimentale, bensì è una certificazione con effetti meramente dichiarativi. La fattispecie non è riconducibile all’ipotesi, considerata da Cass. civ., SS.UU., n. 26080/2025, delle rassicurazioni o informazioni infondate fornite dalla P.A. nel corso della relazione dinamica con il privato innescata dalla richiesta del titolo, o comunque prima dell’avvio del procedimento. È invece assimilabile alla responsabilità per lesione dell’affidamento nell’esattezza di informazioni provenienti da fonte qualificata.
Post di Alberto Antico – avvocato
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Il GIP di Milano ha confermato sequestro il sequestro disposto dalla Procura della Repubblica per illecito bonus antisismico dell'intervento delle due torri di Crescenzago.
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La vicenda riguarda il complesso “Park Towers” di via Crescenzago 105: dove c’erano due capannoni industriali, con una superficie lorda di 2.079 mq, oggi ci sono due torri residenziali, una di 23 piani e 81,70 metri e l’altra di 16 piani e 59,22 metri, oltre a un edificio di tre piani.
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In tutto sono 8.031 mq e 113 appartamenti, realizzati con una semplice SCIA alternativa al permesso di costruire.
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Per questo intervento è già in corso il processo per lottizzazione abusiva.
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La stessa pratica edilizia definiva nuova costruzione 5.952 mq e ristrutturazione soltanto i 2.079 mq dei capannoni abbattuti. Nei contratti di vendita, però, l’intera opera è diventata una ristrutturazione, ed è questo passaggio che ha aperto la strada al sisma bonus acquisti. Il bonus valeva 81.600 euro per ciascuno dei 110 appartamenti agevolati ed è stato incassato dalla società attraverso lo sconto in fattura, per un totale di 8.976.000 euro di crediti fiscali. Nei rogiti i prezzi sono stati alzati rispetto ai preliminari, così che lo sconto finisse di fatto in gran parte alla società. E poiché il beneficio matura solo se gli appartamenti vengono venduti entro trenta mesi dalla fine dei lavori, le 10 unità rimaste invendute sono state acquistate il 22 novembre 2024 da società della stessa compagine riconducibile agli indagati: altri 816.000 euro di bonus.
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Il GIP ha disposto il sequestro fino all’intero importo del bonus. Quando sono emerse le cessioni é stato disposto d’urgenza anche il blocco di altri 2,59 milioni di crediti presso il cessionario e delle somme arrivate alla holding, poi convalidato dal GIP. I provvedimenti sono stati eseguiti insieme, per oltre 11,5 milioni tra denaro e crediti, e il Riesame ha confermato l’impianto, qualificando il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche.
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Il sismabonus acquisti è nato per spingere a demolire edifici vulnerabili e a ricostruirli in modo sicuro. L’Agenzia delle Entrate ne ha allargato l’applicazione anche alle ricostruzioni con più volumi e più unità, ma sempre a condizione che si tratti davvero della ricostruzione di qualcosa che esisteva e che le regole urbanistiche siano rispettate.
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Nel caso in esame, il Tribunale ha ritenuto che non esistessero questi presupposti: dei due capannoni originari, infatti, non si è ricostruito nulla, ma sono nate torri che con il passato del lotto non hanno alcun legame, nuove costruzioni che le norme antisismiche devono rispettarle comunque, per legge e non grazie a un incentivo.
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Del resto l’art. 49 del Testo Unico edilizia è chiaro nell’escludere qualsiasi agevolazione per le opere prive di un valido titolo.
Il TAR Lombardia si rioccupa del "caso Milano" e riafferma che a demolizione e ricostruzione non rientra automaticamente nella ristrutturazione edilizia per il solo fatto che venga riutilizzata la superficie o la volumetria dell’edificio preesistente.
Occorre verificare, in concreto, se permanga un nesso di continuità tra il fabbricato demolito e quello progettato.
Nel caso esaminato, l’edificio preesistente era composto da un unico corpo di fabbrica di otto piani, mentre il progetto prevedeva una torre di ventidue piani, alta 82,58 metri, con sagoma, sedime, prospetti e caratteristiche planivolumetriche integralmente diversi.
Dario Meneguzzo – avvocato
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