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Stati generali della concorrenza e del libero mercato nei servizi pubblici di gestione dei rifiuti

18 Giu 2014
18 Giugno 2014

Confindustria veneto organizza per il giorno 27 giugno 2014 a Padova un workshop dal titolo: "Stati generali della concorrenza e del libero mercato nei servizi pubblici di gestione dei rifiuti".

La partecipazione è gratuita, ma è richiesta l'iscrizione, come da modulo allegato.

stati generali della concorrenza

La sanatoria si applica solo ai fabbricati

17 Giu 2014
17 Giugno 2014

Il T.A.R. Veneto, sez. II, nella sentenza del 22 maggio 2014 n. 700, si occupa della domanda di sanatoria stabilendo che la normativa procedurale prevista dal D.P.R. n. 380/2001 deve essere coordinata con quella sostanziale dettata dalle N.T.A. del Comune.

Nel caso di specie l’ente aveva negato un’istanza di sanatoria relativa ad un volume accessorio sito in zona agricola costituito per metà in muratura e per metà in tavole di legno.

Il Collegio ritiene corretto il diniego della sanatoria stante l’assenza di un “fabbricato” su cui intervenire: “le fotografie versate in atti dimostrano che alla preesistenza non poteva riconoscersi natura di fabbricato ( o edificio), alla luce della definizione che ne dà l’articolo 13 delle NTA ( con la imprescindibile necessità di “opere murarie, quali fondazioni e elementi costruttivi fuori terra stabilmente fissati alle stesse…”) e la mancata impugnazione di tali norme, se anche non determina l’inammissibilità del ricorso, comporta comunque la impossibilità di prescinderne. Si deve quindi concludere che il comune, stante il preciso disposto della norma in questione, non poteva legittimamente assentire una domanda di sanatoria che comportava sicuramente lo stravolgimento del manufatto in termini radicalmente diversi anche da quanto già autorizzato e che quindi era sicuramente in contrasto con la normativa regolamentare, che addirittura non avrebbe legittimato nemmeno l’intervento originariamente assentito”.

dott. Matteo Acquasaliente

sentenza TAR Veneto 700 del 2014

A proposito della sanatoria paesaggistica

17 Giu 2014
17 Giugno 2014

Il T.A.R. Veneto, sez. II, nella sentenza del 22 maggio 2014 n. 705, si occupa di numerose questioni in materia di sanatoria paesaggistica: “2.1 Sul punto va, in primo luogo, evidenziato come il provvedimento che ha sancito l’applicazione dell’art. 15 della L. n. 1497/1939 aveva espressamente previsto come nel caso di specie risultasse inesistente un danno al paesaggio, circostanza che già di per sé è in contraddizione con il riferimento al “danno culturale”, presupposto per la stima così posta in essere.

2.2 E’ necessario, inoltre, evidenziare che malgrado la perizia indichi come il criterio da utilizzare doveva risultare pari alla al presunto “profitto”, in quanto risultato della differenza tra il valore dell’opera realizzata e i costi sostenuti per la sua esecuzione, nella quantificazione della sanzione il perito incaricato ha ritenuto di far riferimento al solo “costo di costruzione”.

2.3 Si consideri, ancora, come detti parametri devono considerarsi tra loro alternativi e, ciò, in ossequio ad un costante orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato Sez. V, 20-12-2013, n. 6113) nella parte in cui ha sancito che “…nella previsione normativa, il danno arrecato all'ambiente viene in considerazione solo come criterio di commisurazione della sanzione - in alternativa al profitto conseguito - e non come parametro per l'anno della sanzione medesima (Riforma della sentenza del T.a.r. Liguria, sez. I, 11 giugno 1999, n. 239)”.

2.4 Nemmeno è possibile comprendere se detto costo di costruzione sia riferito a tutte le opere realizzate o solo a quelle poste all’interno e, ciò, anche considerando come sempre nella stima di cui si tratta si affermi che il danno culturale sarebbe limitato alla sola parte interna (soprattutto per la demolizione dei solai lignei).

2.5 Non è possibile comprendere, in ultimo, sulla base di quali presupposti l’Amministrazione ha ritenuto di individuare la somma, espressa per metro quadro e pari a Lire 150.000,00, alla base del calcolo dell’importo complessivo della sanzione.

3. In presenza di detti vizi è, peraltro, evidente come non sia sufficiente a sancire la legittimità del provvedimento impugnato, l’asserito carattere “equitativo” della somma in questione e, ciò, considerando che anche laddove si ritenesse condivisibile l’esistenza del carattere sopra citato ne risulterebbero comunque lesi i principi in materia di obbligo della motivazione, il cui rispetto prescinde dalle modalità di computo utilizzate per calcolare la sanzione.

Il motivo è, pertanto, fondato e va accolto.

4. Se l’accoglimento della censura sopra citata è sufficiente a disporre l’annullamento degli atti impugnati va comunque evidenziato, anche ai fini della riedizione del potere da parte dell’Amministrazione competente, come sia opportuno evidenziare, altresì, l’infondatezza degli ulteriori motivi dedotti.

5. E’ infondato il primo motivo mediante il quale si sostiene l’incompetenza della Provincia di Verona, nell’emanare l’atto impugnato e, ciò, a seguito della delega in materia attribuita ai Comuni a seguito dell’emanazione della L. Reg. n. 63/1994.

5.1 Sul punto è possibile rilevare come il provvedimento del 31 Maggio 1993 (provvedimento rimasto inoppugnato), con il quale è stata comminata la sanzione, è stato emanato in un momento antecedente alla quantificazione di cui si tratta e, quindi, in una fase precedente all’entrata in vigore della disciplina sopra citata.

5.2 Deve inoltre rilevarsi che il successivo decreto del Presidente della Provincia di Verona di determinazione della sanzione ha un valore meramente integrativo e attuativo di una sanzione la cui applicazione era stata già disposta in precedenza.

5.3 Si consideri, ancora, che l’art.10 comma 3 della legge regionale sopra citata prevede una disciplina transitoria che consente di ritenere come sussistesse la competenza della Provincia a concludere tutti quei procedimenti nell’ambito dei quali risultasse già emesso il parere della Commissione consultiva provinciale e, ciò, conformemente a quanto in precedenza già sancito da questo Tribunale (per tutti si veda TAR Veneto n. 299/2013).

5.4 Da considerare infondato è anche il secondo motivo mediante il quale si è dedotta l’incompetenza del professionista incaricato della determinazione della stima ora annullata.

Sul punto è dirimente constatare come l’art. 82 comma 2 lett. f) del Dpr 616/1977 attribuisce alle Regioni tutti i poteri in materia di protezione delle bellezze naturali, potere quest’ultimo che deve necessariamente considerarsi diretto a ricomprendere l’emanazione e la determinazione delle relative sanzioni, legittimando il ricorso anche ad un professionista esterno.

6. Va respinto il terzo motivo mediante il quale si asserisce la violazione dell’art. 7 della L. n. 241/90 e, ciò, in applicazione di un consolidato orientamento giurisprudenziale che esclude la necessità di far luogo alla comunicazione di avvio del procedimento in presenza di un procedimento ad istanza di parte.

E’ del pari evidente che nel caso di specie era stato il ricorrente ad attivare il relativo procedimento e, ciò, nel momento in cui aveva chiesto alla Provincia di Verona il rilascio dell’autorizzazione in relazione alla domanda di concessione edilizia in sanatoria in precedenza presentata.

7. Con il quarto e il quinto motivo si sostiene che gli interventi oggetto dell’istanza di sanatoria non avrebbero arrecato pregiudizio al paesaggio.

Anche qui, al fine di rilevare l’infondatezza delle censure proposte, è sufficiente ricordare quanto sancito da precedenti pronunce nella parte in cui hanno previsto che l’indennità prevista per abusi edilizi in zone soggette a vincoli paesaggistici costituisce una sanzione amministrativa che prescinde dall’esistenza di un effettivo danno (Cons. Stato Sez. V, 20-12-2013, n. 6113)”.

Dott. Matteo Acquasaliente

 sentenza TAR Veneto 705 del 2014

Non spetta al c.d. proprietario incolpevole rimuovere i rifiuti

17 Giu 2014
17 Giugno 2014

Il T.A.R. Veneto, sez. II, nella sentenza del 22 maggio 2014 n. 702 dichiara che, in materia di inquinamento ambientale, il c.d. proprietario incolpevole - di regola - non può essere destinatario di alcun ordine di bonifica: “Con riferimento al primo motivo osserva il Collegio che deve ovviamente applicarsi la normativa in materia di abbandono di rifiuti, in quanto i provvedimenti impugnati sono stati emanati a conclusione di un procedimento avente per oggetto "presenza di rifiuti abbandonati in loc. Ca' Brusa'", per cui, ai sensi e per gli effetti dell'art. 192 del D.Lgs. 152/2006, il proprietario del terreno sul quale insistono rifiuti abbandonati è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento degli stessi ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il responsabile dell'abbandono e con i titolari di diritti reali o personali di godimento dell'area, solo se ad esso tale abbandono sia imputabile a titolo di dolo o di colpa. In ogni caso l'accertamento della responsabilità in merito alla violazione del divieto di abbandono spetta al Comune e deve essere effettuata in contraddittorio con i soggetti interessati (ex multis: Cons.St., sez. V, n. 935/2005 e 323/2005).

Nel caso di specie il comune non ha compiuto alcun accertamento volto ad identificare i responsabili dell'abbandono e tantomeno ha contestato la violazione in contraddittorio con i soggetti interessati. Tutto ciò emerge con chiarezza dalla semplice lettura dei provvedimenti impugnati. Nella parte motiva dei provvedimenti impugnati il dirigente del C.d.R. Ambiente parte dalla premessa di essere venuto a conoscenza del fatto che nell'area dell'ex cava denominata Ca' Brusa' vi era depositato un cumulo di mc. 761 di terre di fonderia solo con il deposito del progetto di bonifica ai sensi dell'art. 249 D. Lgs. 152/2006 depositato dall'arch. Scandola.

Risulta invece documentalmente provato che il Comune era a conoscenza dell'abbandono nella cava delle terre di fonderia ancora negli anni '90 e che il deposito del progetto di bonifica richiamato era inserito all'interno di un procedimento iniziato da anni e volto ad ottenere l'autorizzazione ad un intervento, dapprima di discarica e poi di recupero paesaggistico, interventi da sempre indicati come necessari per la sostenibilità economica di una bonifica dell'area.

Il Comune pertanto non solo non ha svolto alcuna istruttoria volta ad individuare i responsabili dell'abbandono, ma è giunto ad emettere i provvedimenti impugnati in assenza di contraddittorio con i diretti interessati, senza spendere sul punto due righe di motivazione, il tutto in palese violazione di quanto statuito dall'art. 192 sopracitato.

Nel caso di specie, risulta comunque anche documentalmente provato che nessuna responsabilità è addebitabile al sig. Carmagnani per l'abbandono di rifiuti contestato, abbandono che risale ad un periodo antecedente all'acquisto del terreno da parte dello stesso e che nessuna istruttoria ha svolto il Comune per ricercare i veri responsabili dell'abbandono”.

Nella stessa sentenza, inoltre, il Collegio si sofferma sulla possibilità che il c.d. proprietario incolpevole possa volontariamente rimuovere i rifiuti inquinanti asserendo che: “Dalle considerazioni sopra esposte, emerge come i provvedimenti impugnati si fondino su una errata applicazione della D.G.R.V. n. 3650/1999.

In base a tale delibera solo nel caso in cui il responsabile dell'abbandono di rifiuti non sia individuabile il proprietario non responsabile che intenda volontariamente dar corso alle iniziative volte all'allontanamento dei rifiuti, anche in assenza di provvedimenti ordinatori, dovrà predisporre un programma di smaltimento che contenga almeno le seguenti informazioni: natura e quantità dei rifiuti rinvenuti; documentazione fotografica e cartografica del sito di deposito; gli impianti autorizzati ove saranno recuperati e/o smaltiti i rifiuti; tempi di attuazione del programma di smaltimento; eventuale necessità di ulteriori indagini del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali sotterranee al fine di acquisire gli elementi conoscitivi per predisporre il progetto di bonifica.

In base a quanto appena esposto non si può in alcun modo affermare che il ricorrente abbia inteso impegnarsi incondizionatamente a dar corso alle iniziative volte all'allontanamento dei rifiuti, in assenza di provvedimenti ordinatori, essendo chiaro che tale disponibilità è sempre stata condizionata alla possibilità di provvedere al recupero paesaggistico mediante reinterro, al quale lo smaltimento volontario è stato ab origine dallo stesso ricorrente vincolato.

Ciò premesso è evidente che i provvedimenti impugnati sono basati sulla falsa rappresentazione della sussistenza di un’intenzione del ricorrente di dar corso alle iniziative volte all'allontanamento dei rifiuti anche nell'ipotesi in cui non fosse possibile procedere con l'intervento di recupero ambientale mediante reinterro, per cui anche il secondo motivo di censura si rivela fondato”.

Dott. Matteo Acquasaliente

sentenza TAR Veneto 702 del 2014

In materia di sequestro cautelare c’è la competenza del Giudice Ordinario

17 Giu 2014
17 Giugno 2014

Il T.A.R. Veneto, sez. I, nella sentenza del 13 giugno 2014 n. 834 afferma che in materia di sequestro cautelare ex L. 689/1981 vi è la competenza del Giudice Ordinario: “Trattasi, dunque, di atti che ineriscono ad un procedimento diretto alla irrogazione di una sanzione amministrativa ai sensi della legge n. 689/1981, con riferimento ai quali, ex art. 22 della citata legge n. 689, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario. Nella suddetta materia, infatti, la giurisprudenza amministrativa, esprimendo un orientamento condivisibile e con riferimento al quale il Collegio non vede ragioni per discostarsi, ha avuto modo di chiarire che la giurisdizione sul provvedimento di convalida del sequestro cautelare amministrativo spetta al giudice ordinario, inerendo ad un procedimento volto all’irrogazione di sanziona amministrativa (a titolo esemplificativo TAR Basilicata, 5 settembre 2011, n. 459; TAR Campania, Napoli, sez. III, 20 agosto 2010, n. 17205; questo stesso Tribunale, sez. I, 20 gennaio 2006, n. 103). Peraltro, la stessa Corte di Cassazione ha affermato che né l’atto che dispone la misura cautelare, né il provvedimento di rigetto dell’opposizione in sede amministrativa contro la medesima (ovvero dell’istanza di dissequestro) sono impugnabili in sede giurisdizionale, mentre l’accertamento dell’illegittimità della suddetta misura può essere richiesto con ricorso ex art. 22 della legge n. 689/1981 contro il provvedimento di confisca (Cass., sez. III, 9 agosto 2000, n. 10534).

In considerazione degli esposti argomenti, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione.

Alla declaratoria del difetto di giurisdizione del giudice amministrativo ed all'affermazione di quella del giudice ordinario consegue, peraltro, la conservazione degli effettivi processuali e sostanziali della domanda ove il processo sia tempestivamente riassunto dinanzi al Giudice territorialmente competente, nel termine di tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza, ai sensi dell’art. 11, comma II° del D. L.gvo 2.7.2010 n. 104, che regola la fattispecie sulla scorta dell’orientamento espresso da Corte Cost. n. 77/2007 e Cass. Sez. Un. n. 4109/2007 e poi recepito dal previgente art. 59 della legge n. 69/2009”.

dott. Matteo Acquasaliente

TAR Veneto n. 834 del 2014

Per i professionisti non vi è l’obbligo del POS

16 Giu 2014
16 Giugno 2014

Nella risposta alla interrogazione parlamentare n. 5-02936, il Ministero dell’economia e delle Finanze sembra chiarire come debba intendersi l’art. 15, c. 4 del D.L. 179/2012, secondo cui: “A decorrere dal 30 giugno 2014, i soggetti che effettuano l'attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, sono tenuti ad accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito. Sono in ogni caso fatte salve le disposizioni del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231”.

Nello specifico il Ministero conferma l’interpretazione fornita dalla Circolare del Consiglio Nazionale Forense n. 100-C-2014 secondo cui vi sarebbe soltanto un onere e non obbligo per il professionista di dotarsi di POS.

In particolare nell’interrogazione, dopo aver ribadito “la necessità di promuovere la diffusione e l'uso dei pagamenti con carte di debito e credito su vasta scala, anche in considerazione della scarsa incidenza dei pagamenti elettronici in Italia, rispetto alla media degli altri Paesi europei, nonché l'eccessivo costo dell'uso del contante per il sistema economico e per i singoli imprenditori, si ritiene opportuno che – al fine di massimizzare i vantaggi connessi all'implementazione della tecnologia nei sistemi di pagamento e, nel contempo, minimizzare l'incidenza degli oneri a carico delle imprese, commercianti e professionisti – vengano attivati una serie di tavoli di confronto con le banche e con gli altri operatori di mercato per ridurre i costi legati alla disponibilità e all'utilizzo dei POS, e sfruttare a vantaggio del sistema i margini di efficienza esistenti, ottenendo così una significativa compressione dei costi ed una soluzione che consenta di superare le difficoltà insite nel cambiamento prospettato”, si legge che: “Per quanto riguarda la circolare interpretativa del Consiglio nazionale forense, ugualmente citata nell'interrogazione, essa interpreterebbe la normativa nel senso di introdurre un onere, piuttosto che un obbligo giuridico, il cui campo di applicazione sarebbe limitato ai casi nei quali sarebbero i clienti a richiedere al professionista la forma di pagamento tramite carta di debito. In tal senso, sembra in effetti deporre il fatto che non risulta associata alcuna sanzione a carico dei professionisti che non dovessero predisporre della necessaria strumentazione a garanzia dei pagamenti effettuabili con moneta elettronica”. 

dott. Matteo Acquasaliente

Circolare CNF 10-C-2014

Interrogazione Parlamentare n. 5-02936

Il mutamento di sesso dopo il matrimonio non determina automaticamente lo scioglimento dell’unione

16 Giu 2014
16 Giugno 2014

La Corte Costituzionale, nella sentenza dell’11 giugno 2014 n. 170, dichiara costituzionalmente illegittimi gli artt. 2 e 4 della l. n. 164/1982 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso) e gli artt. 31, c. 6 del D. Lgs. n. 150/2001 (Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione  e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione) nella parte in cui non prevedono che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio, consenta, ove entrambi i coniugi lo richiedano, il mantenimento del rapporto di coppia con un'altra forma di convivenza diversa dal matrimonio.

Nello specifico la Corte, facendo leva sul contenuto dell’art. 2 che tutela le “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” giunge a riconoscere una autonoma rilevanza giuridica all’unione di due soggetti dello stesso sesso, invitando però “con la massima sollecitudine” il legislatore a voler disciplinare normativamente questa unione.

Ecco il passo saliente della sentenza: “Al riguardo questa Corte ha già avuto modo di affermare, nella richiamata sentenza n. 138 del 2010, che nella nozione di “formazione sociale” – nel quadro della quale l’art. 2 Cost. dispone che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo – «è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri».

In quella stessa sentenza è stato, però, anche precisato doversi «escludere […] che l’aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio», come confermato, del resto, dalla diversità delle scelte operate dai Paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette.

Dal che la conclusione, per un verso, che «nell’ambito applicativo dell’art. 2 Cost., spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette», e, per altro verso, che resta, però, comunque, «riservata alla Corte costituzionale la possibilità di intervenire a tutela di specifiche situazioni», nel quadro di un controllo di ragionevolezza della rispettiva disciplina.

5.6.− Sulla linea dei principi enunciati nella riferita sentenza, è innegabile che la condizione dei coniugi che intendano proseguire nella loro vita di coppia, pur dopo la modifica dei caratteri sessuali di uno di essi, con conseguente rettificazione anagrafica, sia riconducibile a quella categoria di situazioni “specifiche” e “particolari” di coppie dello stesso sesso, con riguardo alle quali ricorrono i presupposti per un intervento di questa Corte per il profilo, appunto, di un controllo di adeguatezza e proporzionalità della disciplina adottata dal legislatore.

La fattispecie peculiare che viene qui in considerazione coinvolge, infatti, da un lato, l’interesse dello Stato a non modificare il modello eterosessuale del matrimonio (e a non consentirne, quindi, la prosecuzione, una volta venuto meno il requisito essenziale della diversità di sesso dei coniugi) e, dall’altro lato, l’interesse della coppia, attraversata da una vicenda di rettificazione di sesso, a che l’esercizio della libertà di scelta compiuta dall’un coniuge con il consenso dell’altro, relativamente ad un tal significativo aspetto della identità personale, non sia eccessivamente penalizzato con il sacrificio integrale della dimensione giuridica del preesistente rapporto, che essa vorrebbe, viceversa, mantenere in essere (in tal ultimo senso si sono indirizzate le pronunce della Corte costituzionale austriaca – VerfG 8 giugno 2006, n. 17849 – e della Corte costituzionale tedesca BVerfG, 1, Senato, ord. 27 maggio 2008, BvL 10/05).

La normativa – della cui legittimità dubita la Corte rimettente – risolve un tale contrasto di interessi in termini di tutela esclusiva di quello statuale alla non modificazione dei caratteri fondamentali dell’istituto del matrimonio, restando chiusa ad ogni qualsiasi, pur possibile, forma di suo bilanciamento con gli interessi della coppia, non più eterosessuale, ma che, in ragione del pregresso vissuto nel contesto di un regolare matrimonio, reclama di essere, comunque, tutelata come «forma di comunità», connotata dalla «stabile convivenza tra due persone», «idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione» (sentenza n. 138 del 2010).

Sta in ciò, dunque, la ragione del vulnus che, per il profilo in esame, le disposizioni sottoposte al vaglio di costituzionalità arrecano al precetto dell’art. 2 Cost.

Tuttavia, non ne è possibile la reductio ad legitimitatem mediante una pronuncia manipolativa, che sostituisca il divorzio automatico con un divorzio a domanda, poiché ciò equivarrebbe a rendere possibile il perdurare del vincolo matrimoniale tra soggetti del medesimo sesso, in contrasto con l’art. 29 Cost. Sarà, quindi, compito del legislatore introdurre una forma alternativa (e diversa dal matrimonio) che consenta ai due coniugi di evitare il passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione, su tal piano, di assoluta indeterminatezza. E tal compito il legislatore è chiamato ad assolvere con la massima sollecitudine per superare la rilevata condizione di illegittimità della disciplina in esame per il profilo dell’attuale deficit di tutela dei diritti dei soggetti in essa coinvolti”. 

dott. Matteo Acquasaliente

C. Cost. n. 170 del 2014

L’ordine di bonificare un’area (cava dismessa con materiali di fonderia) non può essere dato al proprietario non colpevole

16 Giu 2014
16 Giugno 2014

Segnaliamo sul punto la sentenza del TAR Veneto n. 701 del 2014.

La sentenza accoglie il primo motivo di ricorso: "Illegittimità dei provvedimenti impugnati per violazione di legge (articolo 14 decreto legislativo numero 22 del 1997), eccesso di potere, carenza incongruenza della motivazione; nell’assunto che l’ordine alle ricorrente viene impartito con riferimento alla loro qualità di proprietarie e senza alcun’indicazione di loro colpa o dolo per la violazione contestata".

Si legge nella sentenza: "Nel merito il ricorso è fondato. Infatti, come esattamente puntualizzato con il primo motivo di ricorso, il Comune ha impartito alle ricorrenti l’ordine impugnato senza la previa individuazione di alcun profilo di colpa e men che meno di dolo a loro carico, come appare invece sicuramente ed incontrovertibilmente richiesto dalla normativa richiamata, addebitando quindi alle ricorrenti una sorta di responsabilità oggettiva derivante dalla proprietà del suolo. La stessa difesa del Comune, nelle proprie memorie, non individua alcun profilo di colpa o di dolo da addebitare alle ricorrenti e si limita a rilevare che le stesse avrebbero prestato una sorta di acquiescenza all'ordinanza del Sindaco di Verona n. 5473 del 25.07.90 che aveva loro imposto la predisposizione di un progetto di bonifica di recupero ambientale dell'area, che fosse idoneo a scongiurare rischi di  inquinamento della falda e ad assicurare la stabilità dell'accumulo dei rifiuti. Il richiamo all'ordinanza del 1990 appare peraltro del tutto irrilevante. Le attuali ricorrenti, infatti, senza con ciò riconoscere alcuna responsabilità da parte loro in merito al deposito dei rifiuti, avevano presentato un progetto di bonifica, che avrebbe dovuto essere portato ad esecuzione dalla società Edilcosta, che ha all’uopo intrattenuto direttamente i rapporti con Comune e Provincia. Dalla documentazione prodotta peraltro risulta espressamente e "per tabulas" che l'impegno alla rimozione dei materiali inquinanti nei confronti del Comune è stato assunto solo da Edilcosta (v. doc. 15 II fascicolo documenti del Comune) e che (v. doc. 20 II fascicolo documenti del Comune) "i materiali giacenti nell'area (copertoni e scorie di fonderia) in epoca remota sono stati rimossi ed accumulati secondo le disposizioni impartite dal Vs. tecnico geom. Lodi " il quale avrebbe "consigliato di accumularli in un angolo dell'area, così come ora giacciono". Il Comune pertanto non risulta essersi adoperato per acclarare se e quale tipo di responsabilità potessero avere le ricorrenti in merito all'inquinamento contestato, essendosi invece limitato ad attribuire loro una sorta di responsabilità "da posizione". Nei provvedimenti impugnati non viene fatto alcun riferimento ad eventuali comportamenti colposi o dolosi delle ricorrenti tali da comportare una responsabilità delle stesse per le violazioni contestate e nessuna istruttoria o indagine è stata infatti svolta dal Comune al fine di identificare i reali inquinatori che hanno sversato le terre di fonderia e i  copertoni; anzi, nell'ordinanza 713/98 lo stesso Comune riconosce espressamente che i rifiuti sono stati abbandonati nel tempo da ignoti. La giurisprudenza è invece consolidata nel ritenere che l'onere probatorio di individuazione delle cause dell'inquinamento e dell'identificazione dei responsabili spetta alla P.A. procedente, mediante espletamento di un'adeguata istruttoria ( da ultimo TAR Brescia, sez. I, sent. n. 50/2013), che nel caso concreto è pacificamente mancata".

Dario Meneguzzo - avvocato

sentenza TAR Veneto 701 del 2014

Classificazione delle strutture ricettive alberghiere

16 Giu 2014
16 Giugno 2014

Sul Bur n. 59 del 13/06/2014 è stata pubblicata la DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE n. 807 del 27 maggio 2014
Classificazione delle strutture ricettive alberghiere. Nuova disciplina per le procedure, la documentazione e i
requisiti di attribuzione del livello e categoria ai sensi degli articoli 29, 31, 32, 33 e 34 della legge regionale 14 giugno
2013, n. 11 "Sviluppo e sostenibilità del turismo veneto".Deliberazione n.10/CR dell'11 febbraio 2014.

La delibera provvede a definire il quadro complessivo dei requisiti strutturali e di servizio per la classificazione delle strutture ricettive alberghiere in seguito a quanto stabilito dalla nuova legge regionale n. 11/2013, in materia di turismo.

DGRV_807_2014-Classificazione strutture alberghiere

NB: dalla data di pubblicazione nel BUR del presente provvedimento, sono abrogate - ai sensi dell'articolo 51, comma 3, della legge regionale n. 11/2013 - le seguenti disposizioni della legge regionale n. 33/2002 limitatamente alle strutture ricettive alberghiere:

-      l'articolo 4, comma 1, lettera e) limitatamente al numero 41;

-      gli articoli 22, 23, 24, nonché gli articoli da 32 a 43;

-      gli allegati contraddistinti con le lettere da B a E;

-      gli allegati H, I e Q.

Linee guida in materia di trattamento di dati personali

16 Giu 2014
16 Giugno 2014

Pubblichiamo la Delibera 15 maggio 2014 del Garante per la protezione dei dati personali, contenente "Linee guida in materia di trattamento di dati personali, contenuti anche in atti e documenti amministrativi, effettuato per finalita' di pubblicita' e trasparenza sul web da soggetti pubblici e da altri enti obbligati. (Provvedimento n. 243). (Suppl. Ordinario n. 43)

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