Author Archive for: SanVittore

Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (PTRC) – Adozione variante parziale con attribuzione della valenza paesaggistica

07 Mag 2013
7 maggio 2013

L.R. 23 aprile 2004, n. 11art. 25 e art. 4

La variante parziale al Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (PTRC 2009) per l'attribuzione della valenza paesaggistica, adottata con deliberazione della Giunta Regionale n. 427 del 10 aprile 2013 [Pdf - 61Kb], è stata pubblicata nel Bollettino ufficiale n. 39 del 3 maggio 2013.

Ai sensi del comma 5, dell'art. 25 della Legge regionale n. 11 del 2004, entro centoventi giorni dalla pubblicazione dell'avvenuto deposito di cui al comma 4 del medesimo articolo, gli enti locali, le comunità montane, le autonomie funzionali, le organizzazioni e le associazioni economiche e sociali, nonché chiunque ne abbia interesse, possono presentare alla Giunta regionale osservazioni e proposte.

 

 

Ai sensi dell’art. 29, comma 2, della L.R. 11/04, dall’adozione del PTRC o di sue eventuali varianti e fino alla loro entrata in vigore, e comunque non oltre cinque anni dalla data di adozione, i Comuni sono tenuti a sospendere ogni determinazione sulle domande relative ad interventi di trasformazione edilizia e urbanistica che risultino in contrasto con le prescrizioni contenute nel piano.

 


Avviso di Deposito.

Allegato A
Scheda Valutatore n. 10 del 20 marzo 2013 [Pdf - 30Kb]
Allegato A1
Parere n. 10 del 20 marzo 2013 [Pdf - 1,2 Mb]
del Comitato previsto ai sensi del II comma dell’art. 27 della LR 11 del 2004

Allegato B
Relazione illustrativa 
[Pdf - 4,6Mb]

Allegato B1 - Elaborati grafici:
Tav. 01c Uso del suolo – Idrogeologia e Rischio Sismico [Pdf - 2,9Mb]
Tav. 04 Mobilità [Pdf - 8,4Mb]
Tav. 08 Città, motore di futuro [Pdf - 5,3Mb]
Tav. 09 Sistema del territorio rurale e della rete ecologica (n. 23 tavole):

Allegato B2
Rapporto Ambientale – Sintesi non tecnica [Pdf - 45Mb]

Documento di valutazione di incidenza [Pdf - 8,9Mb]

Allegato B3
Documento per la pianificazione paesaggistica comprendente [Pdf - 29,2Mb]:

 1. Ambiti di paesaggio
 2. Quadro per la ricognizione dei beni paesaggistici
 3. Atlante ricognitivo
 4. Sistemi di valori:
   4.1 I siti patrimonio dell’Unesco
   4.2 Le Ville Venete
   4.3 Le Ville del Palladio
   4.4 Parchi e giardini di rilevanza paesaggistica
   4.5 Forti e manufatti difensivi
   4.6 Archeologia industriale
   4.7 Architetture del Novecento

Allegato B4 - Norme Tecniche [Pdf - 1,5Mb]

La trasformazione abusiva di un sottotetto in un locale abitabile è variazione essenziale?

07 Mag 2013
7 maggio 2013

La sentenza del TAR Veneto n. 540 del 2013 esamina un abuso costituito dalla trasformazione del sottotetto in locali abitabili completi di servizi (due camere, un bagno e un corridoio).

Scrive il TAR: "con il primo motivo la parte ricorrente sostiene l’illegittimità dell’ordinanza impugnata per violazione degli artt. 31 e 32 del D.P.R. n. 380/2001 e 92 della L.R. n. 61/85, in quanto le difformità riscontrate non integrerebbero una variazione essenziale al progetto originario tale da giustificare la misura demolitoria. In particolare, secondo il ricorrente, il volume realizzato nel sottotetto non sarebbe superiore ad un quinto (ex art. 92 L.R. n. 61/85) di quello assentito, essendogli stato invece illegittimamente contestato, da parte del Comune, l’aumento volumetrico riguardante l’intero complesso condominiale. Tale motivo è infondato. Infatti, il Comune, nel calcolo riportato nell’ordine di demolizione, ha correttamente preso come dato di partenza il volume regolarmente assentito su tutto il condominio, quindi ha calcolato se in rapporto a questo valore, il volume reso abitabile in tutti i sottotetti fosse superiore al quinto previsto per legge, e ciò in considerazione del fatto che l’abuso riguarda l’intero edificio condominiale.
Il Comune ha dunque riscontrato, mediante un metodo di calcolo esente da vizi logici e matematici, il superamento del limite volumetrico stabilito dalla legge regionale ai fini della configurabilità di una variazione essenziale al progetto assentito.  In ogni caso si osserva che tale criterio di calcolo è sicuramente più favorevole di quello proposto dal ricorrente, secondo il quale andrebbe calcolato l’aumento volumetrico riguardante solo il proprio appartamento e non l’intero complesso condominiale. Così computato, infatti, il rapporto tra volume abusivamente reso abitabile (il proprio sottotetto) e volume assentito (il proprio appartamento) sarebbe sicuramente maggiore di quello calcolato dal Comune, e dunque comunque superiore ad un quinto. La censura, dunque, sarebbe anche inammissibile per difetto d’interesse. Sotto altro aspetto, la parte ricorrente, al fine di dimostrare l’irrilevanza volumetrica del sottotetto in questione, evidenzia che quest’ultimo non ha i requisiti minimi di altezza per essere reso abitabile e deve essere considerato alla stregua di un locale accessorio o di servizio non computabile in termini di volume. Dunque, secondo tale ragionamento, il volume utile sarebbe rimasto inalterato. Anche tale censura è infondata, in quanto l’abuso contestato è costituito proprio dalla trasformazione di locali sottotetto in locali abitabili, in assenza di qualsivoglia titolo abilitativo, il che ha determinato un incremento del volume residenziale dell’edificio (con conseguente aumento del carico urbanistico) superiore al quinto di quello assentito. In ogni caso, si osserva solo per completezza di ragionamento, come l’opera contestata integrerebbe comunque una variazione essenziale ai sensi dell’art. 32 D.P.R. n. 380/2001 e dell’art. 92 della L.R. n. 61/85, sanzionabile con la demolizione, essendosi verificato un mutamento di destinazione d’uso (con variazione tra categorie non omogenee) attuato attraverso la realizzazione di opere edilizie".

sentenza TAR Veneto 540 del 2013

Questioni in materia di provvedimenti amministrativi

07 Mag 2013
7 maggio 2013

 Il T.A.R. Veneto, sez. I, con la sentenza del 03 aprile 2013 n. 490, affronta numerose questioni in tema di provvedimenti amministrativi, così di seguito sintetizzabili:

- “premesso, invero, che la tipica sanzione prevista per l'invalidità del provvedimento amministrativo è l'annullabilità, di applicazione giudiziale in presenza dei tre tradizionali vizi (violazione di legge, incompetenza e eccesso di potere) ora codificati sia dall'art. 21-octies, I comma della legge n. 241/1990, sia dall'art. 29 del codice del processo amministrativo, la categoria della nullità assume un rilievo meramente residuale, limitato alle ipotesi espressamente comminate dalla legge e ad altri casi di gravi difetti del provvedimento, tassativamente indicati dall'art. 21-septies della legge n. 241/1990: le cause di nullità del provvedimento amministrativo devono intendersi, quindi, in numero chiuso”;

- “Ai sensi dell’art. 19 del DL n. 67/1997 convertito dalla legge 23 maggio 1997 n. 135 (concernente i giudizi aventi ad oggetto "provvedimenti relativi a procedure di affidamento di incarichi di progettazione e attività tecnico-amministrative ad essa connesse e provvedimenti di aggiudicazione, affidamento ed esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità ivi comprese le procedure di occupazione ed espropriazione delle aree ad esse destinate") sono, infatti, ridotti alla metà tutti i termini processuali nelle controversie ove s’impugnino gli atti di approvazione dei progetti di opere pubbliche (che comportano, anche implicitamente, la dichiarazione di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità dei lavori) e di occupazione d'urgenza di aree per l'esecuzione delle predette opere (cfr., ex pluribus, CdS, IV, 15.5.2000 n. 2737; V, 23.2.2000 n. 959)”;

- “l'art. 22, I comma della citata legge,” – cioè la l. 241/1990 – “invero, pur riconoscendo il diritto di accesso agli atti della pubblica Amministrazione a "chiunque vi abbia interesse", non ha introdotto alcun tipo di azione popolare diretta a consentire una sorta di controllo generalizzato sull'Amministrazione, tant'è che ha successivamente ricollegato tale interesse all'esigenza di tutela di "situazioni giuridicamente rilevanti". Pertanto, anche se il diritto di accesso è volto ad assicurare la trasparenza dell'attività amministrativa e a favorirne lo svolgimento imparziale (come recita l'art. 22 cit.), rimane fermo che l'accesso è consentito soltanto a coloro ai quali gli atti direttamente o indirettamente si rivolgono e che se ne possano eventualmente avvalere per la tutela di una posizione soggettiva e giuridicamente rilevante, non potendo identificarsi con il generico ed indistinto interesse di ogni cittadino al buon andamento dell'attività amministrativa (cfr., ex multis, CdS, IV, 28.9.2010 n. 7183)”;

- “costituisce principio di diritto consolidato che la mancata indicazione, in un provvedimento amministrativo, dei termini di impugnativa e dell'organo giudiziario a cui ricorrere è omissione che determina una mera irregolarità che non incide sulla legittimità dell'atto e può giustificare solo la concessione dell'errore scusabile quando ne sussistano i presupposti, e quindi in presenza di oggettive ragioni di incertezza su questioni di diritto o di gravi impedimenti di fatto (cfr., da ultimo, CdS, VI, 16.4.2012 n. 2155; III, 28.3.2012 n. 1860)”.

dott. Matteo Acquasaliente

TAR Veneto 490 del 2013

Il Consiglio di Stato dice che l’azione ex art. 31 cpa (silenzio) non costituisce un rimedio di carattere generale per tutte le ipotesi di inerzia della P.A.

06 Mag 2013
6 maggio 2013

Lo afferma il Consiglio di Stato, sezione V, n. 1754 del 27 marzo 201: "“Ai sensi dell'art. 31 del c.p.a. è inammissibile il ricorso diretto all'accertamento dell'illegittimità del silenzio su un'istanza dell'interessato allorché il Giudice amministrativo sia privo di giurisdizione in ordine al rapporto giuridico sottostante ovvero si verta, comunque, nell’ambito di posizioni di diritto soggettivo, anche laddove sia riscontrabile un'ipotesi di giurisdizione esclusiva.

Invero, secondo nota e consolidata giurisprudenza (Consiglio Stato, Sez. V, 17 gennaio 2011, n. 210), l'art. 2 della l. n. 205/2000, che ha introdotto l'art. 21 bis della l. n. 1034/1971 in tema di ricorso avverso il silenzio serbato dall'amministrazione, poi confluito nell'art. 31 del c.p.a., non ha inteso creare un rimedio di carattere generale, esperibile in tutte le ipotesi di comportamento inerte della pubblica amministrazione, e pertanto sempre ammissibile indipendentemente dalla giurisdizione del G.A. (il quale si configurerebbe quindi come giudice del silenzio dell'Amministrazione), ma soltanto un istituto giuridico relativo alla esplicazione di potestà pubblicistiche correlate alle sole ipotesi di mancato esercizio dell'attività amministrativa discrezionale.

Ne consegue che, nell'ipotesi che il procedimento attivato afferisca alla tutela di un diritto soggettivo, l'azione di annullamento del silenzio-rifiuto della pubblica Amministrazione non è esperibile, poiché il giudizio sul silenzio presuppone l'esercizio di una potestà amministrativa, rispetto alla quale la posizione del privato si configura come interesse legittimo.”

avv. Marta Bassanese

cds 1754_2013

 

Le c.d. clausole ambigue: il favor partecipationis impone la regolarizzazione

06 Mag 2013
6 maggio 2013

Il T.A.R. Veneto, sez. I, con la sentenza del 03 aprile 2013 n. 497, si occupa delle c.d. clausole ambigue dei bandi di gara: “Sotto altro profilo, occorre rilevare che nel caso di specie la mancanza di chiarezza delle prescrizioni del bando dovuta, in particolare, all’ambiguità della locuzione “oppure” di cui al richiamato art. 14 della lex specialis di gara, ha ingenerato nei concorrenti un’incolpevole affidamento circa il significato da attribuire alle dichiarazioni ad essi richieste, dalla quale non può certamente discendere alcuna conseguenza sfavorevole nei loro confronti né, tantomeno, la prospettata esclusione dalla procedura di gara (cfr., Cons. St., sez. VI, 10.11.2004, n. 7278)”.

Di conseguenza: “Non può, infatti, ritenersi inescusabile l’errore nella predisposizione di un documento di gara quando questo sia determinato, come nel caso di specie, da indicazioni ambigue ed equivoche contenute nelle disposizioni che regolano la procedura selettiva e ciò a prescindere dalla sede in cui le indicazioni stesse siano inserite.

In altri termini, quando l’errore commesso è ingenerato dalla stessa equivoca formulazione del bando, deve farsi applicazione del rimedio della regolarizzazione in omaggio del principio del favor partecipazionis (cfr., ex multis, T.A.R. Campania, Salerno, sez. I, 19 giugno 2009, n. 3300)”.

dott. Matteo Acquasaliente

sentenza TAR Veneto 497 del 2013

L’Adunanza Plenaria del CDS disattende le aspettative ed evita di esprimersi sull’immediata impugnabilità del bando di gara

06 Mag 2013
6 maggio 2013

L’Adunanza Plenaria del CDS, nella sentenza del 22 aprile 2013 n. 8, non si pronuncia sull’obbligo (o meno) di immediata impugnazione del bando di gara entro i termini decadenziali, questione sollevata dal Consiglio di Stato nell’ordinanza n. 634/2013 (si veda in questo sito il post del 5 febbraio 2013).

La fattispecie oggetto dell’ordinanza di rimessione concerne l’onere di impugnazione immediata della clausola di un bando di gara che prevede l’apertura dei plichi contenenti le offerte tecniche in seduta non pubblica.

Il Collegio, essendo le operazioni di gara avvenute prima del 09 maggio 2012, ritiene non applicabile la disposizione ex art. 12 D. L. 7 maggio 2012 n. 52, convertito in legge 6 luglio 2012 n. 94 ed in vigore dal 7 luglio 2012, laddove stabilisce che: “1. Al comma 2 dell'articolo 120 del decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, è premesso il seguente periodo: «La commissione, anche per le gare in corso ove i plichi contenenti le offerte tecniche non siano stati ancora aperti alla data del 9 maggio 2012, apre in seduta pubblica i plichi contenenti le offerte tecniche al fine di procedere alla verifica della presenza dei documenti prodotti.»

2. Al comma 2 dell'articolo 283 del decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, è premesso il seguente periodo: «La commissione, costituita ai sensi dell'articolo 84 del codice, anche per le gare in corso ove i plichi contenenti le offerte tecniche non siano stati ancora aperti alla data del 9 maggio 2012, apre in seduta pubblica i plichi contenenti le offerte tecniche al fine di procedere alla verifica della presenza dei documenti prodotti» e dopo le parole: «In una o più sedute riservate, la commissione» le parole: «, costituita ai sensi dell'art. 84 del codice,» sono soppresse”, confermando l’orientamento già espresso dal Consiglio di Stato, sez. V, 18 febbraio 2013 n. 978.

In ragione di quanto esposto dunque il Massimo Consesso non affronta apertamente la questione sollevata affermando solamente che: “L’Adunanza plenaria reputa che la fondatezza della censura, sulla quale manca una statuizione decisoria nell’ordinanza di rimessione, evidenzi la legittimità della clausola del bando e, quindi, esima il Collegio dall’approfondimento della questione processuale della tempestività della relativa impugnazione”.

dott. Matteo Acquasaliente

Adunza Plenaria n. 8 del 2013

Cosa vuol dire la Regione Veneto con la modifica all’art. 44, comma 5, L.R. 11/2004 operata con l’art. 34 della L.R. 3/2013?

03 Mag 2013
3 maggio 2013

Art. 34

Modifica dell’articolo 44 della legge regionale 23 aprile 2004, n. 11

“Norme per il governo del territorio e in materia di paesaggio”

1. Il comma 5 dell’articolo 44 della legge regionale 23 aprile 2004, n. 11 e successive modificazioni, è così sostituito:

“5. Gli interventi di recupero dei fabbricati esistenti in zona agricola sono disciplinati dal PAT e dal PI ai sensi dell’articolo 43. Sono sempre consentiti, purché eseguiti nel rispetto integrale della tipologia originaria, gli interventi di cui alle lettere a), b), c) e d) dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia” e successive modificazioni, nonché l’ampliamento di edifici da destinarsi a case di abitazione, fino ad un limite massimo di 800 mc. comprensivi dell’esistente, purché la destinazione abitativa sia consentita dallo strumento urbanistico generale.”.

2. Per la realizzazione di uno specifico monitoraggio sul recupero a fini abitativi degli edifici esistenti in zona agricola, è autorizzata la spesa di euro 5.000,00.

3. Agli oneri derivanti dall’applicazione del presente articolo, quantificati in euro 5.000,00 per l’esercizio 2013, si fa fronte con le risorse allocate nell’upb U0085 “Studi ricerche ed indagini al servizio del territorio” del bilancio di previsione 2013.

 Quanto da me sottolineato nel nuovo testo è la variazione introdotta rispetto al precedente comma 5 dell’art. 44 della L.R.n. 11/2004 e s.m.i.;

ma questo stà a significare che se ho un pollaio in zona agricola posso ampliarlo fino a 800 mc. e poi trasformarlo in abitazione??? Ma robe da matti….bhè se la sua risposta è affermativa, non ho più parole per definire questo “porcile urbanistico”.

Geom. Seragiotto Tobia – edilizia privata/urbanistica del Comune di Brendola (Vi)

I vizi di un titolo edilizio possono giustificare l’autotutela, ma non il diniego di proroga dei termini di ultimazione dei lavori per contrasto col PAI

03 Mag 2013
3 maggio 2013

La sentenza del TAR Veneto n. 536 del 2013, già allegata al post che precede, esamina il caso di un diniego di proroga di un titolo edilizio, motivato con il contrasto col PAI.

Il diniego non è stato ritenuto legittimo, anche perchè già l'originario titolo edilizio era in contrasto col PAI.

Scrive il TAR: "6.3 Va, altresì, rilevato come l’istituto del provvedimento di proroga, così come disciplinato dall’art. 15 del Dpr. 380/2001, integra la fattispecie di un atto sfornito di una propria autonomia, per integrare - al contrario - quelle caratteristiche di un provvedimento che accede all’originaria concessione ed opera uno spostamento in avanti del termine finale di efficacia del permesso di costruire (TAR Abruzzo – L’Aquila – n.
863/2008).
6.4 Nel caso di specie, il provvedimento impugnato prevede, quale motivazione del diniego della proroga, l’affermazione circa il fatto che la zona interessata dall’intervento ricade all’interno della zona classificata quale frana attiva e, ciò, unitamente alla constatazione che “le lavorazioni per cui viene richiesta la proroga di Permesso di costruire non rientrano nella casistica di manutenzione dell’immobile” e, ancora, che “l’istituto della proroga del permesso di costruire non è applicabile in presenza di disciplina incompatibile con l’intervento assentito”.
6.5 Come è possibile constatare nessuna delle motivazioni sopra citate attiene alle caratteristiche del provvedimento di proroga del permesso di costruire, esorbitando dall’ambito di incidenza dello stesso, per comprendere argomentazioni suscettibili di inficiare la legittimità  dell’intero permesso di costruire e non della proroga all’esecuzione dei lavori.
6.6 Va, altresì, ricordato come l’ultimo comma dell’art. 15 sopra citato prevede la decadenza del permesso di costruire e, ciò, solo con riferimento all’entrata in vigore di previsioni urbanistiche, sopravvenute allo stesso titolo abilitativo, circostanza quest’ultima che pur menzionata nella motivazione del provvedimento impugnato, deve ritenersi del tutto inesistente nel caso di specie.
6.7 Deve, infatti, essere rilevato come l’amministrazione comunale aveva ritenuto di sospendere il permesso di costruire dopo aver rilevato che  l’intervento di cui si tratta ricadeva nel Piano di Assetto Idrogeologico per il territorio e, quindi, con riferimento ad una normativa che lungi dall’essere sopravvenuta era, al contrario, preesistente al permesso di costruire emanato nel corso del 2009.
7. Ne consegue come l’istituto del diniego della proroga sia stato posto in essere in circostanze eccedenti il naturale ambito di incidenza dell’art. 15 del Dpr 380/2001, circostanze che avrebbero suggerito l’adozione di ben altri istituti.
7.1 Sul punto deve ritenersi applicabile quel costante orientamento giurisprudenziale che ritiene che i vizi di cui sarebbe affetta una concessione edilizia possono giustificare il ricorso all’autotutela, ma non il diniego di proroga dei termini per l’ultimazione e dei lavori, la cui adozione riposa su presupposti del tutto diversi (Cons. di stato Sez. V 30  Settembre 1998 n. 1354 e Tar Basilicata n. 299 del 10/05/2005).
8. Deve ritenersi, in ultimo, che l’esplicarsi degli eventi che hanno caratterizzata l’evoluzione dei lavori oggetto del permesso di costruire di cui si tratta avrebbe comunque suggerito l’adozione di una proroga e, ciò, considerando come il precedente provvedimento di sospensione dei lavori faceva anch’esso riferimento alle prescrizioni del Piano di Assetto del territorio e, in quanto tale, aveva di fatto influito sulla naturale esecuzione dei lavori oggetto del permesso di costruire.
8.1 L’art. 15 copra citato prevede, è utile ricordarlo, quale presupposto per concedere la proroga il venire in essere di fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso, circostanze queste ultime che non possono non essere individuate nella situazione di incertezza conseguente al provvedimento di sospensione sopra ricordato e, ancora, nello stesso provvedimento di sospensione".

La giurisdizione sul PAI spetta al TAR e non al Tribunale delle Acque Pubbliche

03 Mag 2013
3 maggio 2013

Segnaliamo sul punto la sentenza del TAR Veneto n. 536 del 2013.

Scrive il TAR: "Per quanto riguarda l’impugnativa dell’art. 9 del Piano di Assetto idrogeologico del Territorio l’Amministrazione comunale eccepisce il difetto di giurisdizione del Giudice Amministrativo, rilevando come le controversie relative al Piano di Assetto idrogeologico sia competente il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche.
2. 1 L’eccezione è infondata.
2.2 Come ha dimostrato parte ricorrente l’area di cui si tratta è soggetta ad un “rischio franoso” e non idraulico, circostanza quest’ultima che consente di desumere l’inesistenza di un’incidenza diretta – o anche solo indiretta - della fattispecie di cui si tratta sulla materia delle acque pubbliche e, ciò, anche considerando la distanza tra l’area in questione e le acque pubbliche.
2.3 Sul punto va, infatti, richiamato, per considerarlo applicabile, quel costante orientamento giurisprudenziale che circoscrive la giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, prevista dall'art. 143, comma 1, lett. a) r.d. 11 dicembre 1933, n. 1775, a quei ricorsi avverso provvedimenti amministrativi che siano caratterizzati dall'incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche o che, comunque, pur non costituendo esercizio di un potere propriamente attinente alla materia delle acque pubbliche, riguardino l'utilizzazione del demanio idrico, incidendo in maniera diretta e immediata sul regime delle acque (per tutti si veda T.A.R. Sardegna Cagliari Sez. I, 07-08-2012, n. 768)".

sentenza TAR Veneto 536 del 2013

Quando è possibile la ratifica dell’atto amministrativo?

03 Mag 2013
3 maggio 2013

Premesso che la ratifica di un atto amministrativo èuna particolare ipotesi di convalida dell’atto annullabile, viziato dal vizio di incompetenza, diversamente dalla rinnovazione, presuppone la sussistenza di un provvedimento, sì viziato come detto (per incompetenza c.d. relativa), ma pur sempre valido ed efficace; la ratifica, come ogni forma di convalida, ha efficacia retroattiva, limitandosi a sanare il vizio di incompetenza (relativo) che inficia il provvedimento” (Consiglio di Stato, sez. IV, 27.04.2007, n. 2894), il T.A.R. Veneto, nella sentenza n. 593/2013 chiarisce che: “la ratifica di un atto amministrativo non richiede una specifica motivazione sull'interesse pubblico (cfr. Consiglio Stato Sez. V, 30 agosto 2005, n. 4419) in quanto l’interesse pubblico che lo sorregge è la perdurante persistenza di quello perseguito dall’atto da convalidare (cfr. Tar Lombardia, Brescia, 7 settembre 2001, n. 771; Consiglio di Stato , Sez. VI, 24 settembre 1983, n. 683)”.

Con riferimento alla censura secondo cui gli atti di ratifica sarebbero illegittimo poiché la convalida non sarebbe ammessa in corso di causa, il Collegio afferma che: “L’assunto è privo di fondamento in quanto la facoltà di ratificare gli atti viziati da incompetenza in pendenza di giudizio sanandone l’illegittimità ex tunc è espressamente prevista dal legislatore con l’art. 6 della legge n. 249 del 1986, ed è giustificata dalla necessità di coniugare il doveroso ripristino della legalità dell’azione amministrativa, con i principi di economicità, di efficacia, di imparzialità e buon andamento, nonché di economicità dei mezzi giuridici e processuali (cfr. Tar. Campania, Napoli, Sez. I, 11 luglio 2012, n. 3350)”.

 Mentre, per quanto riguarda la possibilità di applicare la ratifica anche alle amministrazioni locali, statuisce che: “ La tesi secondo la quale la ratifica di cui all’art. 6 della legge n. 249 del 1968 non è applicabile ad amministrazioni diverse da quelle statali, enunciata nell’ambito del venticinquesimo motivo, va invece respinta perché, come chiarito dalla giurisprudenza, tale norma ha portata generale (cfr. Tar Emilia Romagna, Bologna, 12 febbraio 1986, n. 83)”.

 dott. Matteo Acquasaliente

sentenza TAR Veneto 593 del 2013

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